L’americanizzazione che avanza: il “patriottismo senza patria” e la militarizzazione dell’immaginario

di Enrico Galoppini

Quando ho sentito per la prima volta, l’anno scorso, che le istituzioni stavano organizzando i “150 anni dell’Unità d’Italia”, di prim’acchito ho pensato si trattasse del consueto gorgo in cui far sparire, un bel po’ di soldi pubblici, alla faccia della “crisi”, con l’abituale condimento di retorica insulsa; ma quando quest’anno è scattata l’aggressione militare alla Libia, e Roma, malgrado il Trattato di amicizia e collaborazione con Tripoli (ostentato come un fiore all’occhiello fino al giorno prima), ha subitamente aderito, mi si è chiarito il perché di tanta enfasi su questa “ricorrenza patriottica”…

Siamo in guerra ma non lo si può ammettere, questa è la verità. Siamo in guerra al fianco dell’America e dell’Occidente (non mi stancherò mai di ripetere che si tratta di sinonimi, per indicare la civiltà dell’ateismo e del “regno della quantità”). Ma come ci siamo scivolati in questa situazione che solo vent’anni fa sarebbe stata impresentabile?

La musica è cambiata un po’ per volta, a partire dalla prima Guerra del Golfo (1991): l’Italia che “ripudia la guerra” (art. 11 della Costituzione) è ormai un pallido ricordo, poiché di fatto oggi la sua “classe dirigente” non fa nulla per evitare di finirvi dentro, né di fiancheggiarla o di giustificarla, se a volerla sono i “nostri alleati” (altrimenti è “condanna senza se e senza ma”: mi pare di sentirlo un Frattini che condanna uno “Stato canaglia”!). Abbiamo poi assistito in tutti questi anni post-Urss ad un progressivo protagonismo militare del nostro Paese, dalla partecipazione allo sbarco in Somalia con tanto di riprese in diretta all’ignobile attacco all’ex Jugoslavia, fino alle decine di costosissime “missioni di pace”, dal Libano (dove peraltro c’eravamo già stati nei primi anni Ottanta, ma con altre motivazioni perché non eravamo così impelagati con Nato & soci) all’Iraq, all’Afghanistan, dove – colmo della mistificazione – manderemmo i nostri “scarponi” a far da “sentinelle della democrazia” e della “ricostruzione” (dopo che gli “alleati” hanno volutamente ridotto quella terra a un cumulo di rovine!) .

Per carità, non sono così fesso da pensare che ogni volta l’Italia partecipi entusiasticamente (siamo o non siamo una colonia americana? ad ogni ordine bisogna battere i tacchi! e chi non lo fa è morto); o che nelle recondite pieghe di qualche tentennamento o attacco ai nostri contingenti (v. la famosa “strage di Nassiriyya”) non si nascondano chissà quali “pugnalate alle spalle” da parte di quelli che la propaganda presenta invariabilmente come “amici”. Non sono neppure così ingenuo da ritenere che alla fine un qualche vantaggio, talvolta, vi sia più nello “starci dentro” che nel “rimanere fuori”… Ma con questa giravolta libica – l’ennesima della nostra disonorevole storia nazionale – si rende davvero un’impresa disperata presentare la cosa in termini di “interesse nazionale”.

Infatti non avevamo alcun interesse ad associarci a quest’ennesimo odioso crimine, di cui siamo ragguagliati ancor meno di quanto ci illusero di sapere in occasione delle precedenti “guerre democratiche” degli ultimi vent’anni. Siamo passati da Peter Arnett della CNN e la guerra tipo videogioco sul cielo di Baghdad alla sparizione pura e semplice di ogni notizia, tant’è che la Libia è passata in secondo o terzo piano, messa dopo le trite scaramucce centro-destra e centro-sinistra, le notizie relative ai disastri meteorologici e il periodico caso di cronaca nera sul quale i notiziari indugiano morbosamente con ogni dovizia di particolari sempre più scabrosi e inquietanti. Dell’aggressione alla Libia ci fanno vedere solo e sempre la solita scena dei “ribelli” che al “ciak si gira” dell’operatore televisivo si mettono a sparare a vanvera in aperta campagna… tanto le pallottole le paghiamo noi!

Stavolta hanno deciso che è decisamente meglio non parlarne proprio, così sembrerà che il problema non sussiste. Ed il risultato è assicurato perché la gente, in giro, non alcuna cognizione del fatto che a pochi chilometri noi anche i “nostri ragazzi” sganciano bombe addosso a persone che non ci hanno fatto alcun male, né avevano minacciato di farcene.

La vergogna è troppo grossa per andare in giro orgogliosi di questo ‘capolavoro’. E cosa di meglio, per velare questo scempio, della retorica patriottica per i “150 anni dell’Unità d’Italia”? Ecco che ogni occasione è buona per propinarci l’eroismo dei “nostri ragazzi” e l’efficienza delle nostre Forze Armate, coi balconi di alcune città-simbolo della pretestuosa ricorrenza – Torino su tutte – addobbati fino all’inverosimile col tricolore, come neppure s’era visto per la vittoria ai mondiali di calcio!

Ma basta pensare all’Italia e agli italiani di oggi, sempre più abbrutiti e istupiditi, per realizzare la dimensione della presa in giro in corso, che consiste nell’infondere loro un “patriottismo senza patria”, esattamente come quello dell’America. Il “patriottismo americano” è quello della tipica villetta col barbecue e la bandiera issata, che infatti ora possiamo ammirare anche qua: un senso d’appartenenza non ad una terra e ad una stirpe, ma ad una “idea” e a un “sistema di valori” globale inoculato dalle centrali della globalizzazione e del mondialismo che puntano all’instaurazione del “Regno della quantità”. L’America non è, infatti, una “terra degli avi” (quelli, poveretti, sono stati sterminati!), ma un’ideocrazia, la ‘terra promessa’ in cui realizzare il “mondo perfetto” della “democrazia”, della “libertà” e dei “diritti umani”. Dell’uomo “troppo umano” che non guarda più al Cielo, ma solo alla sua trippa e al suo delirante mondo psichico che lui chiama “le mie idee”… Si tratta in definitiva, dell’uomo ridotto alle sue mere facoltà animali, degradato dalla sua funzione di “vicario di Allah sulla terra” a quella di tubo digerente che con un “hot dog” in una mano e la bandiera nell’altra pensa di aver raggiunto il più elevato grado di felicità!

Finché gli italiani si percepivano come stirpe, e l’Italia era la “loro terra”, il tricolore (che ha pure le sue origini giacobine e massoniche, ma di necessità si può far virtù!) era letteralmente un tabù, patrimonio solo dei “fascisti” o quasi. Si cominciò ad aver il ‘coraggio’ di esporlo solo se affiancato alla bandiera dell’Unione Europea (che continua ad avere il medesimo numero simbolico di stelle malgrado aumentino gli Stati!), operando per tal via una sorta di ‘esorcismo’ al fine di renderlo sostanzialmente innocuo. Con questa nuova concezione della bandiera nazionale non si rischiavano più “derive nazionaliste”: la si sventola come una sorta di “bandiera della democrazia”… ed il cerchio si chiude, perché bandiera ideologica era e bandiera ideologica è tornata ad essere dopo qualche ‘incidente di percorso’, il più grave dei quali è stato il Fascismo, se lo intendiamo come l’anelito di un popolo-nazione ad essere “portatore di civiltà” (che poi ciò sia corrisposto o meno alla realtà è un’altra cosa, ma l’importante è rilevare l’anelito, il tentativo messo in atto). La questione-bandiera, per quanto riguarda l’Italia e le altre nazioni “occidentali” oggi sta così: “Adesso potete usare la vostra bandiera a piacimento perché come nazione libera, sovrana e indipendente non esistete più!”.

Non vogliamo apparire dei Bastiancontrario per partito preso: quello ostentato per i “150 anni” è un patriottismo senza senso perché senza patria, ridotta a prateria dove scorrono branchi di sciacalli… a “terra di nessuno” preda di lupi travestiti da agnelli: avete mai sentito uno che conta che non dice di volere “il bene dell’Italia”? A quest’ora, con questo esercito di ‘benintenzionati’ l’Italia dovrebbe essere il Paese di Cuccagna! Tutto va a scatafascio, la patria è svenduta, l’onore e la dignità persi… e che s’inventano? Un’orgia di celebrazioni tutto fumo e niente arrosto, da massa amorfa quali gli italiani stanno diventando, senza un barlume d’approfondimento e di riflessione (Mazzini, Pisacane… chi sono costoro?), con un ventennio della nostra storia addirittura espunto dai “150 anni” come “parentesi negativa della storia d’Italia” (potrebbero allora festeggiare i “130 anni”, no?).

Quello che interessa ai nostri dominanti, con tutta evidenza, è formare una nuova “coscienza nazionale” che non crei problemi ai fautori della globalizzazione e del mondialismo, perciò questo nuovo sentimento “patriottico” deve scaturire da persone che, mentre si vergognano per quello che sono stati i loro nonni nell’unico ventennio in cui almeno è stato tentato di “pensare in grande”, vanno fieri per i “nostri ragazzi” in giro per il mondo ad “esportare la democrazia” e a crepare per la cupidigia di vampiri assetati di sangue umano.

Per fomentare questo nuovo orgoglio patriottico in una patria che da “terra degli avi” viene ridotta a “occasione di lavoro” per gente fatta arrivare da tutto il mondo, e che per giunta andremmo ad “aiutare” a casa loro aggredendola militarmente (!), viene imbastita una serie d’iniziative volte a rendere familiari le Forze Armate: dalla settimana dei Bersaglieri a quella degli Alpini, da quella dei Granatieri di Sardegna a quella dei Carabinieri… mancano solo i Sommozzatori e i Guardaboschi (ma forse me li sono persi); con regolare esposizione, nelle principali piazze, di mezzi militari blindati che i genitori coi loro figli possono toccare ed ammirare, mentre un gazebo distribuisce materiale promozionale che spiega la bontà delle nostre (?) “missioni di pace”! Che cosa vi sia di “pacifico” nell’aggredire la Libia, davvero non lo so…

Come se tutto ciò non bastasse, ci si mettono le “porte aperte” alle caserme, dove le scolaresche (comprese quelle delle elementari!) vengono accompagnate a familiarizzare coi nostri “esportatori di democrazia”. Prima la Play Station forgerà ben bene la mente del bambino/ragazzo, poi, da grande, trovatosi senza lavoro per merito dell’esercito di ‘salvatori della patria’ di cui sopra, ed educato alla visione di quei filmetti a serie che esaltano le virtù dei corpi militari statunitensi, andrà in Afghanistan a mettersi una microcamera sull’elmetto per caricare su YouTube, condite da musica spaccaorecchie, le proprie ‘eroiche gesta’, in un miscuglio indistinguibile e inquietante tra realtà e finzione, in cui il “cattivo”, che prima si disintegrava nei pixel dello schermo, dopo si liquefa in una pozza di sangue davanti ai suoi familiari…

Per di più, oggi si rende evidente che l’eliminazione della leva è stata funzionale a quello che è stato definito il “nuovo modello di difesa”. A fare gli ascari in giro per il mondo non si poteva mandare dei “figli di mamma” impreparati anche a sparare coi fulminanti, ma professionisti del mestiere, anche se a dire il vero non ci risparmiano, ogni qualvolta che uno di loro ci rimette la pelle, lo strazio dei parenti, con dovizie di particolari sulla “moglie incinta” eccetera. Per carità, non sono così insensibile dal non considerare che anche costoro non abbiano affetti, o accecato dall’odio dal ritenere che si tratti dei peggiori “tagliagole” in circolazione; né mi sento – come fanno alcuni fanatici “contro” per partito preso in nome di uno dei vari deliri ideologici – di esultare se un italiano muore in Iraq o Afghanistan… Piuttosto, mi chiedo come si sentono quelli che ce li mandano, che mentre li infarciscono di retorica “patriottica” e “democratica” da quattro soldi, sanno bene come stanno le cose… Ecco, quelli sono i veri delinquenti, che i familiari di turno in lacrime per il congiunto scomparso per primi dovrebbero prendere a calci.

Purtroppo anche questi ragazzi (e ragazze: le “donne soldato” meritano un articolo a parte!), alle prese con una situazione nient’affatto rosea dal punto di vista occupazionale e delle prospettive (si faccia caso che la maggioranza è del sud Italia), come se già non bastasse l’indottrinamento “democratico” (scuola, Play Station, film eccetera) vengono illusi assieme alle loro famiglie sulle sorti magnifiche e progressive di un mondo “libero” di cui si sentono gli “alfieri”… E va ancora bene quando si tratta dell’esercito, dove ancora circolano dei “valori”, ché anche qua in Italia – come saltò fuori anni fa in Iraq – sta prendendo piede la moda dei “contractors”, ovvero dei mercenari strapagati disposti a tutto, tipo quelli della tristemente nota Blackwater.

Il militare italiano moderno, perciò, va assomigliando sempre più a quello americano: carne da macello adescata nei modi più subdoli e ingannevoli. Non colui che nobilmente difende la patria, sul limes (come facevano gli Alpini quando avevano un senso), dalle possibili invasioni straniere, bensì un soldato (da “soldo”) mandato di qua e di là, da Timor Est ai Balcani, dal Libano all’Afghanistan, a combattere in nome di altisonanti “ideali”, ma in realtà sfruttato ad esclusivo beneficio dei vampiri senza patria dell’usura mondiale e degli adepti del “Regno della quantità”.

La progressiva americanizzazione ed occidentalizzazione della nostra Patria passa dunque anche per questa trasformazione delle Forze Armate: da “nazione in armi” in caso di estremo ma logico bisogno, a onnipresente e pervasiva realtà di un’Italia costretta sempre più nella camicia di forza di un ideologico “patriottismo senza patria”.

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