La via dell’inferno è lastricata di… “proteste”

di Enrico Galoppini

Le vibranti proteste che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco la capitale della Grecia, sul cui collo si sono piantati i canini dell’usurocrazia mondialista, inducono a riflettere sul tipo di azione da intraprendere da parte di chi intende esprimere il proprio dissenso nei confronti di politiche e situazioni a dir poco scandalose.

Le immagini proposteci sono ogni volta le stesse: sassaiole, cassonetti in fiamme, vetrine infrante, contro lacrimogeni e cariche della polizia, con la variabile del morto che ogni tanto ci scappa. Da una parte, perlopiù ragazzi incappucciati o col casco, armati di pietre, spranghe, estintori; dall’altra, agenti che somigliano sempre più a dei “terminator”; gli uni e gli altri in un gioco delle parti dall’esito scontato, come quello del palestinese armato di fionda che sfida il carro armato israeliano…

Sin dalla prova generale di tutte queste situazioni, il G8 a Seattle del 1999, la scena è inderogabilmente la medesima, così alla fine chi protesta torna a casa gonfio di botte, anche se oltre vent’anni d’esperienza pare non abbiano giovato a molto dato che la scena non cambia mai.

Le tv leccapiedi del potere hanno quindi buon gioco nell’inondare le case di “perbenismo”, additando “i violenti” e facendo intendere che “non si fa così”. In effetti, in qualche caso ci rimette anche qualche “poveraccio” che non c’entrava nulla e che si trova la macchina distrutta… ma non è questo il punto. Altrimenti dovremmo dare credito ai politici che, all’unisono, “condannano le violenze”, come se bombardare l’Afghanistan, l’Iraq o… la Libia non fosse una “violenza”! Questi individui senza dignità quando si mettono a fare i moralisti sono semplicemente vomitevoli.

Per cui diciamo, sin dal principio e a scanso di equivoci, che non intendiamo in alcun modo giustificare i professionisti dell’usura e chi tiene loro bordone nelle redazioni dei giornali o nei salotti della “cultura”. Questi personaggi e il mondo che essi plasmano a loro (illusorio) beneficio meritano tutto lo sdegno possibile perché si tratta di oppressori e sfruttatori del genere umano.

Che la soluzione alla corruzione da essi sparsa sulla terra non consista però nello scendere in strada per “spaccare tutto” non lo dico io, ma lo dimostrano per prima cosa gli esiti di queste manifestazioni, le quali, a parte una “memorialistica” su cui si specula all’infinito (i famosi “fatti di Genova”, ad esempio), non conducono mai ad un risultato apprezzabile e risolutivo, non mettendo neppur lontanamente in crisi i bersagli delle contestazioni. Anzi, riconosciamo tranquillamente che si tratta di vere punture di spillo. Quello che Lorsignori volevano fare prima lo fanno esattamente né più né meno anche dopo. Addirittura, pare che queste “violenze” da essi ostentatamente ed ipocritamente deprecate vengano strumentalizzate per giustificare la pretesa “bontà” dei loro propositi: “Se questi sono gli oppositori, sporchi, brutti, cattivi… e violenti, meglio senz’altro stare con noi, no?”.

Considerando poi queste azioni di contrasto, di dissenso e di protesta che sovente sfociano in “guerriglia urbana” dal punto di vista della loro efficacia, vi è da rilevare che, a parte l’espressione netta e plateale di un “rifiuto”,  è assente del tutto o quasi la parte propositiva, che è quella essenziale. Si dice di voler distruggere tutto ma non si sa bene cosa costruire; si urla “no” a squarciagola, ma non si ha idea per quale “sì” valga la pena battersi.

Pertanto, se si escludono i triti e ritriti slogan “rivoluzionari” più o meno ‘aggiornati’, vi è da chiedersi che cosa emerga di propositivo da parte di chi scende in strada per inscenare “proteste sociali”. Diciamocelo in tutta franchezza: non può emergerne alcunché di concreto ed attuabile, poiché di fatto e, ormai sempre più, di diritto, è praticamente proibito intraprendere un’azione politica che ristabilisca quel che essenzialmente manca alle nostre nazioni: la sovranità.

La sovranità, più precisamente la sua inesistenza nelle differenti nazioni europee sottoposte a ‘terapie d’urto’, è la grande assente dagli ordini del giorno dei recenti movimenti di protesta. Essa, infatti, dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stata artatamente associata dai pappagalli (e mi scuso coi pappagalli veri) della “cultura” al “bieco nazionalismo”, allo “sciovinismo”, al “razzismo”, per far largo a fumosi concetti quali la “società aperta”, la “cittadinanza del mondo”, “la governance (!) globale”. “Cultura”, intrattenimento, scuola hanno martellato a più non posso le giovani generazioni, che così si son trovare nell’impossibilità di riavvolgere il bandolo della matassa ed arrivare a monte del problema, almeno su un piano “politico”.

Questi giovani che protestano mettendo a soqquadro interi centri cittadini ed ingaggiando rituali ed impari tenzoni con Polizia e Carabinieri, perciò, non lo fanno per reclamare la sovranità della propria nazione (in primis monetaria e militare), senza la quale null’altra libertà politica, economica, culturale e sociale è praticabile, ma si agitano in nome di un “ribellismo” e di un “rivoluzionarismo” senza capo né coda e che sempre più sta sfociando in una riedizione del “tutto è permesso” di sessantottina memoria, tanto che schiere di “neofemministe” (“se non ora quando?” eccetera) e di pervertiti stanno sempre più baldanzosamente assaltando quel poco che resta di “normalità” nel cosiddetto “Occidente” .

È vero che non tutti quelli che vanno in piazza per protestare sono dei ‘rottami ideologici’, poiché in queste “violenze” sfacciatamente “condannate” da tutto il sistema che conta vi è anche una buona dose di “disperazione” per un orizzonte che si fa sempre più scuro, quando non è già il presente ad essere ben poco roseo…

Eppure, gli stessi che con argomenti sensatissimi (“come faremo a farci una famiglia?”) si associano alle proteste contro le “misure”, i “tagli” e le “riforme” (di governi-fantoccio del potere finanziario, ma non lo capiscono???), sono al tempo stesso imbevuti di quella stessa propaganda che promana dai megafoni dei loro occasionali avversari: nessun interesse per la “sovranità”, e, anzi, richieste di sempre maggiori “diritti”!

Questa fisima  dei “diritti”, tra cui quello, che li compendia tutti, di “vivere come si vuole”, è davvero tipica di questa fase finale del presente ciclo dell’umanità, che, dati tradizionali alla mano (v. G. Georgel, Le quattro età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia, trad. it. Rimini 1982, ma l’opera in francese è del 1949), dovrebbe chiudersi intorno al 2030 tra immani sfaceli, tra cui cataclismi e una devastante “Terza guerra mondiale” di cui già si scorgono le prime inquietanti avvisaglie.

Dunque – ed è già grave – gli attuali “oppositori” ufficiali del sistema, non solo insistono nello schierarsi in nome di ideologie già fallite alla prova della storia, ma reclamando ulteriori “diritti” vanno esattamente nella direzione voluta da quegli stessi vampiri dell’usura che pianificano “lacrime e… sangue”, per l’appunto.

Quindi, per ricapitolare, la situazione in Europa (la “zona euro”, la chiamano…) è effettivamente preoccupante, ed è necessario rendersene conto, ma da qui a “ribellarsi” tanto per fare ce ne corre, perché per ribellarsi bisogna anche sapere che cosa si mette in moto con la propria ribellione. D’altra parte la storia recente c’insegna che in nome del “ribellismo” (il cosiddetto “Sessantotto” del “tutto è permesso”) si è precipitati ancor più negli abissi dell’Età Oscura, il cui fondo evidentemente non è ancora stato toccato, visto che vi sono tutti i segnali che indicano come la prossima spallata a quel che resta di “normale” (il virgolettato non è in nome di un ingiustificato relativismo!) sarà la diffusione – dietro il paravento delle “coppie di fatto” – dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, con conseguente possibilità di avere dei figli (anche se adesso il solito facilone dirà che “no, non è possibile…”).

Ebbene, anche questa semplice mostruosità, che va ad assommarsi ad altre quali l’aborto e – entro certi limiti – il divorzio, entrambi praticati ‘per sport’ nel “progressista Occidente” (per non parlare delle donne aggiogate al “mondo del lavoro”, coi bambini che, povere creature, subiscono una violenza senza limiti), non viene in alcun modo messa in discussione dai moderni protestatari, che in sintonia con l’andazzo imperante chiedono in fondo non una società sana, rispettosa delle leggi della natura perché donate misericordiosamente dal loro Creatore, ma un festival grottesco in cui dare sfogo alle loro pulsioni malsane inoculate da demoni preposti allo scopo.

Di tutto l’armamentario “rivoluzionario” rimane dunque solamente il “bel gesto” romantico di chi va a far le “barricate”, ma se andiamo ad analizzare quale ordine – o meglio dis-ordine – auspicano gli attuali “rivoluzionari” c’è di che strapparsi i capelli.

Stabilito dunque che qui non è in questione la “violenza” di questo o quello, dato che quella delle bombe al fosforo bianco o all’uranio impoverito è decisamente più biasimevole, anzi schifosa nella sua vigliaccheria, è necessario sottolineare che il mio disaccordo con questo modo di esprimere “dissenso” emerge dalla constatazione del fatto che, in prima istanza, esso è controproducente poiché viene presentato regolarmente come uno sfogo di “violenti”; in seconda istanza, perché tali manifestazioni non sono lo specchio di un sano anelito di un popolo alla sovranità, né – ed è molto peggio – della presa d’atto che agli assatanati (ed è il caso di dirlo) che stanno pervertendo il mondo va opposta, per così dire (poiché non si tratta di “opposizione”), una posizione di tipo tradizionale, in linea cioè coi dettami del Creatore di tutte le cose, Che ci ha informati in maniera chiara su come dovremmo vivere per aspirare alla tanto agognata “felicità”.

Per spiegarmi, svolgerò un’apparente divagazione, il cui spunto mi è stato fornito dal messaggio d’un corrispondente, nel quale, in sintesi, egli adduceva, quale spiegazione “profonda” della situazione nella nuova nazione finita sotto le grinfie delle belve finanziarie, che “gli dei hanno abbandonato la Grecia”.

Ad una mentalità moderna (atea) qual è quella della maggioranza dei “protestatari” ciò può sembrare una “follia”, ma non lo è e mi spiego. “Gli dei hanno abbandonato la Grecia” significa che i greci hanno tradito se stessi, o meglio la missione che gli dei, appunto, avevano assegnato loro. Il discorso può allargarsi a tutte le popolazioni cosiddette “occidentali”, che a partire da questo “tradimento”, preferendo seguire i sussurrii del demonio (i loro “desideri”: de-siderio, è ciò che ci esclude dalle stelle), hanno costruito prima il loro illusorio “benessere” ed ora se lo vedono togliere, pertanto non ci stanno e “protestano”. Ma per caso i loro “dei” avevano promesso il “benessere” oppure avevano promesso la “vita eterna” se si fossero attenuti alle leggi da Essi elargite loro misericordiosamente?

Gli uomini (e qui il discorso travalica i confini greci) hanno scelto il “basso mondo”, il “patto col diavolo” per impadronirsi (illusoriamente) della tecnica; hanno preferito l’accumulo di beni materiali… ed ora ecco la mazzata che li/ci attende! Ma a chi non concepisce altra via d’uscita che la “politica” (quando va bene, ma si è visto che non è neppure permesso farla!) o i “diritti”, non resta che “protestare”, e poiché non si trova più il bandolo della matassa, che non sta in qualche ideologia né in qualche “originale” (non nel senso dell’Origine!) “pensiero” o “nuova sintesi”, non rimane che darsi alla “guerriglia urbana”.

Se, invece, il problema centrale è (come credo) che gli “dei” hanno davvero abbandonato la Grecia, la soluzione, in situazioni simili, sta nell’orientarsi letteralmente di nuovo verso costoro. Ma come, si dirà, verso Giove, Poseidone, Apollo eccetera? No, perché quelli, con quella precisa connotazione, sono effettivamente “morti”… Non hanno più una “potenza” perché la Tradizione ellenica non può più vantare una catena ininterrotta di maestri. Quindi i greci, e noi con loro, sono senza speranza? No di certo!

Gli “dei” sono in fondo sempre gli stessi, da sempre, e solo una lettura dettata da disinformazione e ostilità preconcette può far ignorare che anche nell’Islam, che viene definito per comodità “monoteista”, vi sono gli “dei”, tant’è che “Allâhumma“, invocato in determinate preghiere, gli corrisponde, essendo la sommatoria degli attributi divini, che altro non sono che le “divinità”. Il “divino” che l’uomo, impegnato in un percorso di “ritorno all’Origine” (al-jihâd fî sabîli Llâh), potrà esperire già in questo mondo sviluppando in sé quelle qualità divine, i Bellissimi nomi di Dio che l’Islam enumera in 99 (il centesimo è il “nome supremo”,  inesprimibile), per realizzare “l’Uomo universale” (al-insân al-kâmil). La differenza è questa: la “tradizioni morte” non dispongono più di Maestri “realizzati”, ma solo di “cultori di esoterismi”…

Non esistono affatto differenze sostanziali tra “spirito indoeuropeo” e “spirito semitico” (tutte fandonie elaborate nell’Ottocento da interessati “studiosi” per inculcare insanabili “dicotomie”), tra “monoteismi” e “politeismi”… anzi, questi ultimi non sono mai esistiti! Si chieda ad un indù per credere… Solo che l’uomo dei tempi ultimi – particolarmente incline alla “dispersione nella molteplicità” –  ha bisogno provvidenzialmente di una particolare insistenza (specie nel dominio “essoterico”) sul “monoteismo”… Sull’unicità e unità del Principio, perché il disconoscimento di ciò porta a tutti gli altri disastri, esistenziali, sociali ecc. Altro che la “felicità” sbandierata persino nella Costituzione degli Stati Uniti!

Pertanto, anziché pensare a “manifestare”, in situazioni gravi come le presenti dovrebbe ergersi il più “devoto”, il più “puro” di un popolo, a dire le cose come stanno e a farsi seguire dalla sua gente. Ma da questo punto di vista tutto tace. E tace anche nel mondo islamico, dove sta andando tutto a scatafascio mentre nessun “sapiente” parla con chiarezza e agisce di conseguenza. E non lo fanno perché – sebbene vi siano da quelle parti delle vere ‘enciclopedie viventi’ – non hanno evidentemente consuetudine col “vivere secondo verità”. Si pensi che in Egitto stanno ancora addirittura chiedendosi quando si faranno le “elezioni”! Quando invece dovrebbero prendersi come capo il più “retto” tra i loro correligionari/connazionali!

Tutto ciò è davvero significativo, a maggior ragione perché le “proteste”, sia in Europa che nel mondo arabo-islamico non presentano la benché minima figura di “capo”. Forse credono i “protestatari” di non averne bisogno? Che si tratti di una “spontanea sollevazione democratica”?

Nell’Islam si dice che “chi non ha un maestro, Satana è il suo maestro”. Che dire di “movimenti” e “proteste” senza un capo? Di “ribelli” che non ne vogliono sapere delle leggi che il Signore ha donato all’umanità affinché realizzi davvero la felicità in questo mondo e nell’altro?

Fa certo riflettere che, nella tradizione islamica, Satana, macchiatosi del peccato d’orgoglio rivoltandosi contro il suo Signore,  sia il capo dei “ribelli”… Egli ci mette sistematicamente alla prova, sviandoci dalla retta via, e rimpolpando così i ranghi di coloro che sono indotti a “ribellarsi” per farli fallire dal loro imprescindibile scopo, che è quello d’incontrare il loro Signore. Il “mondo moderno” ha invece fatto della “ribellione” quasi una ragion d’essere, tant’è che l’uomo, sin da bambino, viene illuso – ad ogni fase della vita – di essere “anticonformista”, “ribelle”… a che cosa, poi? E tutti questi singoli “anticonformismi” confluiscono in un unico enorme  conformismo… che non è certo la conformità alle leggi di Allâh!

L’uomo, nella concezione islamica (che è poi la stessa di tutte le tradizioni ortodosse…), è un “servitore” (‘abd) che deve solamente servire fedelmente il suo Signore: così come solo il “fedele servitore” viene “liberato” dal suo padrone, così solo il “realizzato”, “l’uomo universale” è “mawlâ”, “liberto”… E non a caso i Maestri nell’Islam son chiamati “mawlâ”, tradotto spesso con “signore”, “padrone”, ma che significa anche “schiavo liberato”: perché hanno ‘risolto’ la loro condizione di servitudine dopo averla esperita per intero, perciò sono d’esempio e guida per gli altri che vi sono ancora immersi.

Il che non significa che a loro modo anche i Maestri non siano stati dei ‘ribelli’. Ma non come oggi s’intende, bensì, ciascuno nella propria epoca, per rivendicare, contro l’empietà dei corruttori sulla terra, gli unici “diritti” che l’uomo può sensatamente ‘rivendicare’ per assicurarsi la felicità: i “diritti di Allâh” (huqûq Allâh). Il che getta una luce sinistra sui “diritti” anelati da una massa desiderante e belante che s’espande a macchia d’olio sul pianeta…

Senza una guida salda ci s’illude di perseguire il “bene” e si combinano solo disastri, per se stessi e il mondo in cui si vive: se la via dell’Inferno è lastricata di “buone intenzioni”, certamente tra queste non mancano le odierne “ribellioni” e “proteste” senza guida né riferimenti saldi e sicuri.

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