La Verita’ su quel che e’ realmente successo ad al-Houla

OraProSiria

via La Verita' su quel che e' realmente successo ad al-Houla.

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La parola del Presidente Bashar Al-Assad (in Italiano) 3 giugno 2012

Presidente Bashar al-Assad: “le circostanze che la Siria si trova ad attraversare, richiedono massimo coraggio, forza e responsabilità”.

Il presidente Bashar al-Assad domenica ha detto che “le particolari circostanze che il nostro paese sta attraversando ci richiedono di essere più coraggiosi, forti e responsabili”.

“Rendiamo omaggio e onoriamo le anime dei martiri innocenti, civili e militari”  ha detto il presidente al-Assad rivolto all’Assemblea del popolo in occasione della sua prima legislatura, aggiungendo che il sangue dei martiri non verrà sprecato.

Il presidente al-Assad ha dichiarato: “Svolgere il vostro dovere di direzione legislativa non può essere fatto in modo migliore se non in possesso di una chiara visione dello sviluppo basato sul dialogo costruttivo e la comunicazione con i cittadini”, aggiungendo di concentrarsi sul ruolo di controllo dell ‘Assemblea, che non deve ignorare il suo ruolo di collaborazione con il potere esecutivo.

“Dobbiamo affrontare gran parte della campagna contro la Siria basandoci sulle riforme  e per la costruzione di una fortezza con cui fronteggiare le ambizioni regionali e internazionali”.

“E’ nostro dovere, nei confronti del nostro popolo, che ha dimostrato la capacità di riuscire a superare prove nazionali molto difficili, adeguare il nostro impegno al livello della sua consapevolezza e fermezza”.

Il Presidente ha sottolineato che lo svolgimento delle elezioni dell’Assemblea del Popolo, come previsto, è uno schiaffo in faccia a chi vuole che la Siria si chiuda su se stessa e anneghi nel sangue della propria gente.

Il presidente al-Assad ha dichiarato: “Un anno e mezzo dopo che la crisi è iniziata, le cose sono divenute chiare e le maschere sono state rimosse … il ruolo internazionale in ciò che sta avvenendo oggi è evidente da decenni ormai … il colonialismo rimane invariato, ma i suoi metodi e le facce cambiano, gli attori regionali si svelano per quel che sono”.

Egli ha aggiunto che “dopo tutto il sangue puro che è stato versato, abbiamo bisogno di ragionarci su molto bene e di apprendere dalle persone le quali furono in grado di decodificare il complotto sin dall’inizio.”

Il presidente al-Assad ha dichiarato: “Stiamo progredendo con l’evoluzione del processo politico, ma il terrorismo si sta intensificando”.

“Non saper distinguere tra processo politico e terrorismo è un grave sbaglio, che garantisce legittimità al terrorismo. La separazione tra terrorismo e processo politico è essenziale per giungere alla soluzione della crisi”.

“Siamo di fronte ad una vera e propria guerra, ed occuparsi di guerra è diverso dall’affrontare questioni interne. Se boicottiamo le elezioni, boicottiamo le persone. E qualsiasi processo politico che non si basi sul volere popolare non ha alcun valore”.

“Sapevamo sin dal primo giorno che la pista politica non avrebbe portato ad una soluzione della crisi, ma lo abbiamo fatto, perché il popolo siriano ne ha bisogno, indipendentemente dalla crisi”.

Ha poi aggiunto: “La Siria è aperta a chi vuole una vera riforma e un dialogo onesto, accogliamo con favore la partecipazione di qualsiasi siriano onesto al processo di sviluppo del Paese”.

Il Presidente ha sottolineato che la sicurezza nazionale è una linea rossa invalicabile  e che non si può essere tolleranti con chi tenti di sabotarla.

Il presidente al-Assad ha proseguito dicendo che “il caos porta solo altro caos, ma la società può essere costruita solo sulla base di elevate norme etiche”. Ha poi aggiunto: “I problemi non sono causati dalle riforme o dalla democrazia, ma dal voler minare il ruolo della Siria nei confronti della Resistenza, il suo sostegno alla Resistenza e la sua adesione e supporto ai  diritti della resistenza”.

“Non c’è giustificazione per il terrorismo, sotto qualsiasi pretesto esso si presenti, e non c’è nessuna tolleranza per esso o per coloro che lo sostengono, a meno che non si arrendano. La differenza nei punti di vista può significare ricchezza, ma le differenze circa il concetto di Patria possono significare distruzione”.

Ha poi aggiunto: “Io non sto parlando di agenti interni o di cospiratori esterni, ma  piuttosto vorrei ammonire quei siriani che amavano il proprio paese, ma non sapendo come difenderlo, inavvertitamente hanno contribuito a minarlo”.

“Dobbiamo distinguere tra il nebulosità politica e quella nazionale, in quanto la foschia nazionale è inaccettabile. Quando il problema è di carattere nazionale, io sono certamente con il mio paese”, ha detto il Presidente.

Ha aggiunto che nessuna istituzione sarebbe potuta essere in grado di fare sacrifici, così  come le forze armate hanno fatto, se non fosse esistita una gran fede a dirigere i suoi membri nella giusta direzione.

“Gli errori commessi da alcuni individui, di volta in volta sono stati sfruttati ed esagerati per fare apparire tutto come una prassi adottata dallo Stato e dalle sue istituzioni in generale,” ha detto.

Il presidente al-Assad ha aggiunto: “Le nostre Forze Armate hanno costruito la patria e hanno sempre conservato la sua indipendenza. A nessuno è permesso di minare un simbolo che rappresenta la nostra unità e la dignità”.

“Questa non è una crisi interna, ma una guerra guidata dall’estero attraverso strumenti interni, ed ognuno è responsabile nel difendere la propria Patria”.

Il presidente al-Assad: “Se noi oggi ci manteniamo uniti, io vi confermo che la fine di questa situazione arriverà presto, a prescindere dalla cospirazione straniera. Noi non permetteremo, a coloro i quali non hanno nulla a che fare con la nostra storia, di scrivere qualcosa che non è stato mai scritto prima nella storia, cioè che i siriani hanno distrutto la propria patria da se stessi”.

Il Presidente ha continuato dicendo: “Dobbiamo lavorare insieme per realizzare le esigenze dei cittadini riguardo la giustizia sociale, che è rappresentata da una giusta distribuzione delle risorse, da una parità nelle opportunità ed nell’ottenere i servizi basilari”.

Il presidente al-Assad ha dichiarato: “Oggi noi stiamo disegnando, con le braccia dei cittadini  onorevoli, con le istituzioni nazionali e con il coraggio del nostro esercito, le linee di  una vittoria inevitabile”.

“Anche se alcune fazioni hanno prodotto morte e distruzione al nostro popolo, noi vogliamo presentare alla loro gente un modello civile da seguire, al fine di ottenere la propria libertà ed essere conpartecipi della propria Patria, ed invece che i leaders essere proprietari delle terre, che le persone e la patria lo siano”, ha aggiunto.

Il presidente al-Assad ha dichiarato: “Il terrorismo non spezzerà la volontà del popolo siriano e la Siria rimarrà per sempre una fortezza inespugnabile, che resterà a testimonianza della sconfitta dei suoi nemici”.

Egli ha sottolineato che la sovranità della Siria, la sua autonoma capacità decisionale, la sua sicurezza territoriale e la dignità della sua gente, saranno sempre le linee guida da seguire.

Traduzione e adattamento in lingua italiana a cura di

Filippo Fortunato Pilato  (Syrian Free Press)

I Don’t Want To See Their Faces; I Don’t Want To Hear Them Scream

Published on Monday, March 12, 2012 by Common Dreams

I Don’t Want To See Their Faces; I Don’t Want To Hear Them Scream

The whole thing is regrettable, really. Shocking, truth to tell. And so sad, I’m sure, for those people, those blanket-wearing, beard-growing, false-god-worshiping, probably-related-to-terrorists, citizens of Afghanistan whose wives and children and babies were gunned down in their beds, shot, murdered, slaughtered, and then burned by one of America’s finest Sunday morning. But hey, what are ya gonna do? These things happen.

It seems the soldier in question was not, in fact, representative of our brave fighting men and women. He was just another in the continuing series of lone gunmen who have been shooting up the world here and overseas for as long as any of us have been reading the newspapers. David Cortright, the director of policy studies at Notre Dame’s Kroc Institute for International Peace Studies, tells us “This may have been the act of a lone, deranged soldier.” I saw a headline that said he was a rogue. OK; rogues do as often as not, “go rogue” as no less an authority than Sarah Palin would have us know. So given time to reflect a bit, I guess I’m sorry I impugned our noble troops.

President Barack Obama summed it up as succinctly and as eloquently as only a man of his unflappably cool reserve could, I suppose: “This incident is tragic and shocking, and does not represent the exceptional character of our military and the respect that the United States has for the people of Afghanistan.” Well there. And yer goddamn right, Mr. President. Our boys kick butt! We take it to ‘em! We light up the friggin sky! They don’t mess with the U.S.A. and get away with it. You don’t kill three thousand brave American heroes on September the eleventh, ten years ago, and expect your four year old girl to sleep in her own bed unmolested. Unkilled. Unburned. We do what needs to be done to keep America free, and sometimes along the way an enlisted man goes a little nuts. Just one. Just every little once in a while.

Mr. Obama got right on the telephone and called up our “partner” in this whole great reworking of Afghanistan, Mr. Hamid Karzai, and told him we were sorry. Or something like that. He expressed condolences. So did Secretary of Defense Leon Panetta. I’m sure those were awkward conversations, but you know, the buck does stop there, and that’s why we pay those boys the long dollar. Speaking of which, compensation will be paid. You betcha. We have a formula. I don’t know, fifteen hunnerd bucks or so. Each.

And we’re even-handed and generous in spraying our condolences and compensations. When we kill civilians as a part of our regularly scheduled, officially sanctioned, presidentially authorized drone strikes, it makes Mr. Obama sad, too. It is regrettable, of course, that so many children will insist on living in the same hovels as the alleged terrorists we need to kill, or with somebody who kind of looks like one of them or who might once have been associated with them in some way. We were attacked, you know, and candidate Obama said his predecessor wasn’t prosecuting the Afghanistan adventure vigorously enough, but he would, and he for sure, by God has, hasn’t he?

Does it feel different to be dead by drone than dead by M-1? Does Obama have nightmares? Did Bush? Do they wash their hands, trying to scrub off the blood? We do not doubt this particular atrocity was perpetrated by a young man gone leave of his senses, but we are not encouraged that he will be tried in a military court, found crazy, demoted, dismissed, given cursory mental health treatment and some time in an institution. We wonder if our Congress and our President should be pronounced crazy, too. Or maybe just criminal. And what about us, neighbor, in our complicity? We who elected them and will re-elect them or others just as cold and cruel and as able to calculate that the life of an Afghan child is not worth much compared to our unending and unyielding compulsion to exercise extreme power in pursuit of God only knows what.

Has anybody thought to ask Barbara Bush about this situation? You’ll remember she said the victims of Hurricane Katrina the New Orleans cops herded into the Superdome (those they didn’t shoot) so they could sweat and starve and suffer among piles of shit and debris for several days, had a pretty good deal: “And so many of the people in the arena here, you know, were underprivileged anyway, so this—this [chuckle] is working very well for them.”

OK! You’re way ahead of me here, aren’t ya buddy? Take Mr. Samad Khan, a farmer who lost all 11 members of his family: wife, kids, maybe an old mom or a crippled dad, for all I know. Eleven times even a thousand dollars each will net him eleven grand. And I’ll bet Afghanistan doesn’t even tax dead baby compensation income. Do we pro-rate babies and old people?

Hell, old Mrs. Bush wouldn’t really have any problem with the midnight murder run itself (yeah, I know, it was three a.m., but I can’t pass a chance at a cheap alliteration without hooking it any more than Lieutenant Calley could leave a peasant hut un-incinerated). Sure, she was talking about her boy’s Iraq adventure, but the emotion is surely transferable: “Why should we hear about body bags and deaths? Oh, I mean, it’s not relevant. So why should I waste my beautiful mind on something like that?” A precious thing for sure, you bloated old bag; don’t waste it. Aw, Jesus! That wasn’t nice. I’m sorry, Mrs. Bush. My deepest condolences over the condition of your mind. Fuck, I’m sorry about your whole stupidfamily.

But I’m not here to “look backward.” President Obama told us years ago there’d be none of that. And I’m not going to beat up Republicans. Why no less a liberal figure than Bill Clinton’s Secretary of State, Madeline Albright, said that, while it did seem a hard choice to make, she believed the deaths of half a million children in Iraq was a worthwhile price to pay to get old Saddam. So five hundred thousand, compared to a dozen or so….

And it’s Monday, anyhow, and back to work, you know, and the weather looks good and the economy is incrementally better (experts say) and the job creators are working darned hard to create jobs for bums like you and me; gas isn’t as expensive as it might be, all things considered, and President Obama will probably get those lunatic Israelis to hold off bombing Iran until after he’s re-elected (they can kill all the Palestinians they like, of course, because they’re just, well, Palestinians for Christ’s sake.) So this will fade away about as fast as that Koran burning did, don’t you think?

But before we move on, why don’t you do what I did this evening? Google around the WWW and stir up some photographs. Do it on your desktop if you still own one—the portables, the notebooks, the smart phones the cool kids all flash just don’t give you the big picture. You might find the AP photo captioned “Anar Gul points to the body of her grandchild.” You could see eight pictures the New York Times has assembled into a little slideshow.

Let Google Images round up whatever it can find (36,100,000 results in .19 seconds) under the search terms Afghanistan shootings. You’ll see the bodies. The babies. And the faces of their families. We caption them, “the bereaved.” These images should haunt you. Someday somebody related to some of these sufferers, these victims, these collaterally damaged souls, may try to kill you. And I have to tell you, I think you’ll have it coming.

Suppose a foreign army had been rummaging around the United States for a decade. They’d have built us some concrete-block elementary schools of course and drilled a few water wells. And their president or premier or prime minister would have secretly flown in under elaborate and expensive secrecy and security to shake hands with the soldiers and tell them what a good job they were doing bringing peace and stabilization to our misguided land, and who among us would not be grateful for that?

But then suppose, just occasionally, at intervals, one or several of those soldiers or pilots or special forces teams or secret espionage units burned a bunch of civilians for no good reason any of us could see? Mowed ‘em down. Ran ‘em over with a tank. Busted in the door in the nighttime and gutshot somebody’s old grandfather. Would that begin to take the glow off our gratitude?

OK, let’s be specific. Forget the afore-mentioned Samad Khan and the grieving Anar Gul. Don’t trouble yourself about the names of their children. (Do they even name their children like we do, these Muslims?) Pick any names that come to mind—good, honest, Americannames. Say Sam Knox is missing his wife and kids and Anne Greene sits there numb and devastated as she looks at the blanket her child is wrapped in. Does that feel any different? How much compensation would it take to make them get over it?

Come on, you cowardly bastard—look at those pictures! I know we don’t read so much these days, but you might have run across the term empathy during some mandatory literature course back in high school or college. So. How does it feel?

My kid has annoyed me a time or two today. Loud, wild, antagonistic here and there. (He’s seven.) I told him to stay off the rotten ice on the pond inlet stream while I was cutting bushes, but there he was, “I’m cold!”, up to his knees in slush and muck and icewater, and we quit early and repaired to the woodstove to dry him out. (He did agree he ought have listened to my wise counsel.) Then again, he told me a dozen times he loved me. And when he just couldn’t possibly get to sleep on his own, he had not the slightest trouble when I let him lie on the couch in my office as I wrote my little letter to you all out there.

And there he sleeps. And you could bomb my house and blow up my car and take away a leg and an arm and I might take your compensation check and relocate and regroup and nurse my grievances in the barroom. But if you or you or you or anybody came in here and killed him, I don’t care if you’re Christian or Jew or Mohammedan or a pagan suckled in some creed outworn, if you hurt him accidentally or on purpose, under orders or because you snapped under the pressure of your third deployment. I’d just want to kill you. And I don’t doubt I might kill you slowly and abuse your damned corpse in some ugly way. You and the guy behind you and the army that comes after that. I’d open you up and I’d nail you to the porch floor.

Oh, I’d be a bad person for doing so. Why, you might even say I’d become a terrorist, I suppose. And killing you wouldn’t bring back my wonderful boy, because whatever God you might pray to or believe in only ever made one of him, and you killed him, and there could be no joy, no purpose, no happiness in my life after that other than getting to you and grinding you up and making you pay. You’d compensate me with your flesh for forty-two pounds and forty-four inches of boy. And if I went crazy enough (and I might, and anybody might), I might need to kill a whole lot more who seemed to me to be pretty much like you. And there we would be.

I’m done. The snow is almost gone, and the pond will open up next week and the turtles come out of the mud, and Karter and I may just hatch some frog eggs in a tank in our kitchen. Because he won’t be a pile of bones and guts soaking into a blanket in the back of a truck, you see. I’ll gather him up now and dump him where I want him to sleep, and he’ll wake in the morning to defy me and argue with me and disobey my firm instructions to do this or that, and to love me as I’ll love him because that is how we evolved, and we do what we must do. As it is in Afghanistan and all over this world the United States of America thinks it owns.

Beware the rogue soldier, the corrupt government and the corporate press and the easy justification.

Come on. Just one more time. Look at their faces!

TRATTATO DI AMICIZIA, PARTENARIATO E COOPERAZIONE TRA LA REPUBBLICA ITALIANA E LA GRANDE GIAMAHIRIA ARABA LIBICA POPOLARE SOCIALISTA




PREAMBOLO

La Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, qui di seguito denominati “le Parti”, consapevoli dei profondi legami di amicizia tra i rispettivi popoli e del comune patrimonio storico e culturale;
decise ad operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilita, in particolare nella regione del Mediterraneo;
impegnate, rispettivamente, nell’ambito dell’Unione Europea e dell’Unione Africana nella costruzione di forme di cooperazione ed integrazione, in grado dì favorire l’affermazione della pace, la crescita economica e sociale e la tutela dell’ambiente;
ricordando l’importante contributo dell’Italia al fine del superamento del periodo dell’embargo nei confronti della Grande Giamahiria;
tenendo conto delle importanti iniziative già realizzate dall’Italia in attuazione delle precedenti intese bilaterali;
esprimendo la reciproca volontà di continuare a collaborare nella ricerca, con modalità che saranno concordate tra le Parti, riguardante i cittadini libici allontanati coercitivamente dalla Libia in epoca coloniale;
ritenendo di chiudere definitivamente il doloroso “capitolo del passato”, per il quale l’Italia ha già espresso, nel Comunicato Congiunto del 1998, il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana, con la soluzione di tutti i contenziosi bilaterali e sottolineando la ferma volontà di costruire una nuova fase delle relazioni bilaterali, basata sul rispetto reciproco, la pari dignità, la piena collaborazione e su un rapporto pienamente paritario e bilanciato;
esprimendo, pertanto, l’intenzione di fare del presente Trattato il quadro giuridico di riferimento per sviluppare un rapporto bilaterale “speciale e privilegiata”, caratterizzato da un forte ed ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione;
hanno convenuto quanto segue:

Capo I
PRINCIPI GENERALI

Articolo 1
Rispetto della legalità internazionale
Le Parti, nel sottolineare la comune visione della centralità delle Nazioni Unite nel sistema di relazioni internazionali, si impegnano ad adempiere in buona fede agli obblighi da esse sottoscritti, sia quelli derivanti dai principi e dalle norme del diritto Internazionale universalmente riconosciuti, sia quelli inerenti al rispetto dell’Ordinamento Internazionale.

Articolo 2
Uguaglianza sovrana
Le Parti rispettano reciprocamente la loro uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica. Esse rispettano altresì il diritto di ciascuna delle Parti di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale.

Articolo 3
Non ricorso alla minaccia o all’impiego della forza
Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite,

Articolo 4
Non ingerenza negli affari interni
1. Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato.
2. Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l’Italia non userà, ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia.

Articolo 5
Soluzione pacifica delle controversie
In uno spirito conforme alle motivazioni che hanno portato alla stipula del presente Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, le Parti definiscono in modo pacifico le controversie che potrebbero insorgere tra di loro, favorendo l’adozione di soluzioni giuste ed eque, in modo da non pregiudicare la pace e la sicurezza regionale ed, internazionale.

Articolo 6
Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali

Le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Articolo 7
Dialogo e comprensione tra culture e civiltà
Le Parti adottano tutte le iniziative che consentano di disporre di uno spazio culturale comune, ispirandosi ai loro legami storici ed umani. Le iniziative suddette si ispirano ai principi della tolleranza, della coesistenza e del rispetto reciproco, della valorizzazione e dell’arricchimento del patrimonio comune materiale e immateriale nel contesto bilaterale e regionale.

Capo II
CHIUSURA DEL CAPITOLO DEL PASSATO E DEI CONTENZIOSI

Articolo 8
Progetti infrastrutturali di base

1. L’Italia, sulla base delle proposte avanzate dalla Grande Giamahiria e delle successive discussioni intervenute, si impegna a reperire i fondi finanziari necessari per la realizzazione di progetti infrastrutturali di base che vengono concordati tra i due Paesi nei limiti della somma di 5 miliardi di dollari americani, per un importo annuale di 250 milioni di dollari americani per 20 anni.
2. Le aziende italiane provvederanno alla realizzazione di questi progetti previo un comune accordo sul valore dì ciascuno.
3. La realizzazione di questi progetti avverrà nell’arco di 20 anni secondo un calendario temporale che verrà concordato tra le due Parti, libica ed italiana.
4. I fondi finanziari assegnati vengono gestiti direttamente, dalla Parte italiana.
5. La Grande Giamahiria rende disponibili tutti i terreni necessari per l’esecuzione delle opere senza oneri per la Parte italiana e le aziende esecutrici.
6. La Grande Giamahiria agevola la Parte italiana e le aziende esecutrici, nel reperimento dei materiali accessibili in loco e nell’espletamento di procedure doganali e di importazione esentandole dal pagamento di eventuali tasse. I consumi di energia elettrica, gas, acqua e linee telefoniche saranno pagati con l’esenzione delle tasse.

Articolo 9
Commissione Mista
1. E’ istituita una Commissione Mista paritetica, costituita da componenti designati dai rispettivi Stati. La Commissione Mista individua le caratteristiche tecniche dei progetti dì cui al precedente Articolo e stabilisce l’arco temporale complessivo e le cadenze di realizzazione dei progetti, nel quadro degli importi di ordine finanziario contenuti nello stesso articolo.
2. La Gran Giamahiria si impegna a garantire, sulla base di specifiche intese a trattativa diretta con società italiane, la realizzazione in Libia, da parte delle stesse, di importanti opere infrastrutturali, progetti industriali ed investimenti. I progetti vengono realizzati ai prezzi da concordare fra le Parti. Queste imprese, secondo le consuetudini esistenti, contribuiscono in maniera volontaria alle opere sociali ed alla bonifica ambientale nelle zone ove realizzano i loro progetti.
La Gran Giamahiria si impegna, inoltre, ad abrogare tutti i provvedimenti e le norme regolamentari che imponevano vincoli o limiti alle sole imprese italiane.
3. La Commissione Mista individua, su proposta della Parte libica, le opere, i progetti e gli investimenti di cui al paragrafo 2, indicando per ciascuno tempi e modalità di affidamento e di esecuzione.
4. La conclusione ed il buon andamento di tali intese rappresentano le premesse per la creazione di un forte partenariato italo-libico nel settore economico, commerciale, industriale e negli altri settori ai fini della realizzazione degli obiettivi indicati in uno spirito di leale collaborazione.
5. La Commissione Mista ha il compito di verificare l’andamento degli impegni di cui all’Articolo 8 e al presente Articolo e redige un processo verbale periodico che faccia stato degli obiettivi raggiunti o da raggiungere in relazione agli obblighi assunti dalle Parti contraenti.
6. La Commissione Mista segnala ai competenti Uffici degli Affari Esteri delle due Parti eventuali inadempienze, proponendo ipotesi tecniche di soluzione.

Articolo 10
Iniziative Speciali
L’Italia, su specifica richiesta della Grande Giamahiria, si impegna a realizzare le Iniziative Speciali sotto riportate a beneficio del popolo libico. Le Parti concordano l’ammontare di spesa complessivo per la realizzazione di tali iniziative ed affidano ad appositi Comitati Misti la definizione delle modalità di esecuzione delle stesse ed il limite di spesa annuale da impegnare per ognuna di esse ad eccezione delle borse di studio di cui al punto b).
a) La costruzione in Libia di duecento unità abitative, con siti e caratteristiche da determinare di comune accordo.
b) L’assegnazione di borse di studio universitarie e post-universitarie per l’intero corso di studi a un contingente di cento studenti libici, da rinnovare al termine del corso di studi a beneficio di altri studenti. Con uno scambio di lettere si precisa il significato di rinnovare, per assicurare la continuità.
c) Un programma di cure, presso Istituti specializzati italiani, a favore di alcune vittime in Libia dello scoppio di mine, che non possano essere adeguatamente assistite presso il Centro di Riabilitazione Ortopedica di Bengasi realizzato con i fondi della Cooperazione italiana,
d) Il ripristino del pagamento delle pensioni ai titolari libici e ai loro eredi che, sulla base della vigente nominativa italiana, ne abbiano diritto,
e) La restituzione alla Libia di manoscritti e reperti archeologici trasferiti in Italia da quei territori in, epoca coloniale: il Comitato Misto di cui all’articolo 16 del presente Trattato individua i reperti e i manoscritti che saranno, successivamente, oggetto di un atto normativo ad hoc finalizzato alla loro restituzione.

Articolo 11
Visti ai cittadini italiani espulsi dalla Libia
La Grande Giamahiria si impegna dalla firma del presente Trattato a concedere senza limitazioni o restrizioni di sorta ai cittadini italiani espulsi nel passato dalla Libia i visti di ingresso che gli interessati dovessero richiedere per motivi di turismo, di visita o lavoro o per altre finalità.

Articolo 12
Fondo sociale
1. La Grande Giamahiria si impegna a sciogliere l’Azienda Libico-Italiana (ALI) e a costituire contestualmente il Fondo Sociale, utilizzando i contributi già versati dalle aziende italiane alla stessa.
2. L’ammontare del Fondo Sociale sarà utilizzato per le finalità che sono state previste al punto 4 del Comunicato Congiunto italo-libico del 4 luglio 1998 per avviare la realizzazione delle Iniziative Speciali, di cui all’articolo 10 lettere b) e c) del presente Trattato, fino a concorrenza di tale ammontare. In particolare, potranno essere finanziati progetti di bonifica dalle mine e valorizzazione delle aree interessate, programmai di cura in favore di cittadini libici danneggiati dallo scoppio delle mine, nonché altre iniziative a favore dei giovani libici nel settore della formazione universitaria e post-universitaria, sino ad esaurimento del credito del Fondo Sociale. Quindi continuerà il finanziamento dalla Parte italiana, in attuazione del Trattato.
3. A tal fine, è istituito un Comitato Misto paritetico per la gestione dei Fondo Sociale secondo le modalità previste dal Comunicato Congiunto.
4. Definite le modalità di gestione dell’ammontare già costituito del Fondo Sociale e le iniziative da finanziare, le due Parti considerano definitivamente esaurito il Fondo Sociale.

Articolo 13
Crediti
1. Per quanto riguarda i crediti vantati dalle aziende italiane nei confronti di Amministrazioni ed Enti libici, le Parti si impegnano a raggiungere con uno scambio di lettere una soluzione sulla base del negoziato nell’ambito del Comitato Crediti.
2. Con il medesimo scambio di lettere, le Parti si impegnano a raggiungere una soluzione anche per quanto riguarda gli eventuali debiti di natura fiscale e/o amministrativa di aziende italiane nei confronti di Enti libici.

CAPO III
NUOVO PARTENARIATO BILATERALE

Articolo 14
Comitato di Partenariato e consultazioni politiche
1. Le due Parti imprimono nuovo impulso alle relazioni bilaterali politiche, economiche, sociali, culturali e scientifiche ed in tutti gli altri settori, con la valorizzazione dei legami storici e la condivisione dei comuni obiettivi di solidarietà tra i popoli e di progresso dell’Umanità.
2. Nel desiderio condiviso di rinsaldare ì legami che le uniscono, le due Parti decidono la costituzione di un Partenariato all’altezza del livello di collaborazione e coordinamento cui ambiscono sui temi bilaterali e regionali e sulle questioni internazionali di reciproco interesse. A tale scopo, le due Parti decidono quanto segue:
a) una riunione annuale del Comitato di Partenariato, a livello del Presidente dei Consiglio dei Ministri e del Segretario del Comitato Popolare Generale, da tenersi alternativamente in Italia e in Libia;
b) una riunione annuale del Comitato dei Seguiti, a livello del Ministro degli Affari Esteri e del Segretario del Comitato Popolare Generale per il Collegamento Estero e la Cooperazione Internazionale, da tenersi alternativamente in Italia e in Libia, con il compito di seguire l’attuazione del Trattato e degli altri Accordi di collaborazione, che presenterà le proprie relazioni al Comitato di Partenariato. Qualora una delle Parti ritenga che l’altra Parte abbia contravvenuto ad uno qualsiasi degli impegni previsti dal presente Trattato, richiederà una riunione straordinaria del Comitato dei Seguiti, per un esame approfondito e al fine di trovare una Soluzione soddisfacente.
c) il Comitato di Partenariato adotta tutti i provvedimenti necessari all’attuazione degli impegni previsti dal presente Trattato e le due Parti si adoperano per la realizzazione dei suoi scopi;
d) lo svolgimento di regolari consultazioni tra altri rappresentanti delle due Parti.

3. Il Ministro degli Affari Esteri e il Segretario del Comitato Popolare Generale per il Collegamento Estero e la Cooperazione Internazionale, ricevuta la segnalazione di cui all’Articolo 9 comma 6, si adoperano per definire una soluzione adeguata.

Articolo 15
Cooperazione negli ambiti scientifici
Le due Parti intensificano la collaborazione nel campo della scienza e della tecnologia e realizzano programmi di formazione e di specializzazione a livello post-universitario. Favoriscono a tal fine lo sviluppo di rapporti tra le università e tra gli Istituti di ricerca e di Formazione dei due Paesi. Sviluppano ulteriormente la collaborazione nel campo sanitario e in quello della ricerca medica, promuovendo i rapporti tra enti ed organismi dei due Paesi.

Articolo 16
Cooperazione culturale
1. Le due Parti approfondiscono i tradizionali vincoli culturali e di amicizia che legano i due popoli ed incoraggiano í contatti diretti tra enti ed organismi culturali dei due Paesi. Sono altresì facilitati gli scambi giovanili e i gemellaggi tra città ed altri enti territoriali dei due Paesi.
2. Le due Parti danno ulteriore impulso alla collaborazione nel settore archeologico. In tale ambito è altresì esaminata, da un apposito Comitato Misto, la problematica concernente la restituzione alla Libia di reperti archeologici e manoscritti.
Le due Parti collaborano anche ai fini della eventuale restituzione alla Libia, da parte di altri Stati, di reperti archeologici sottratti in epoca coloniale.
3. Le due Parti agevolano, sulla base della reciprocità, l’attività rispettivamente dell’Istituto Italiano di Cultura a Tripoli e dell’Accademia Libica in Italia.
4. Le due Parti concordano sulla opportunità di rendere le nuove generazioni sempre più consapevoli delle conseguenze negative generate dalle aggressioni e dalla violenza e si adoperano per la diffusione dì una cultura ispirata ai principi della tolleranza e della collaborazione trai Popoli.

Articolo 17
Collaborazione economica e industriale
1. Le due Parti promuovono progetti di trasferimento di tecnologie e di collaborazione industriale, con riferimento anche a iniziative comuni in Paesi terzi.
2. Sviluppano la collaborazione nei settori delle opere infrastrutturali, dell’aviazione civile, delle costruzioni navali, del turismo, dell’ambiente, dell’agricoltura e della zootecnia, delle biotecnologie, della pesca e dell’acquacoltura, nonché in altri settori di reciproco interesse, favorendo in particolare lo sviluppo degli investimenti diretti.
3. Esse sostengono le PMI e la costituzione di società miste.
4. Le due Parti si adoperano per concordare entro breve una Intesa tecnica in materia di cooperazione economica, scientifica e tecnologica nel settore della pesca e dell’acquacoltura e favoriscono Intese analoghe tra altri Enti competenti dei due Paesi.

Articolo 18
Collaborazione energetica
1. Le due Parti sottolineano l’importanza strategica per entrambi i Paesi della collaborazione nel settore energetico e si impegnano a favorire il rafforzamento del partenariato in tale settore.
2. Attribuiscono particolare rilievo alle energie rinnovabili ed incoraggiano la cooperazione tra enti ed organismi dei due Paesi, sia sul piano industriale che su quello della ricerca e della formazione.

Articolo 19
Collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina
1. Le due Parti intensificano la collaborazione in atto nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina, in conformità a quanto previsto dall’Accordo firmato a Roma il 13/12/2000 e dalle successive intese tecniche, tra cui, in particolare, per quanto concerne la lotta all’immigrazione clandestina, i Protocolli di cooperazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007.
2. Sempre in tema di lotta all’immigrazione clandestina, le due Partì promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche. Il Governo italiano sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due Parti chiederanno all’Unione Europea di farsene carico, tenuto conto delle Intese a suo tempo intervenute tra la Grande Giamahiria e la ‘Commissione Europea.
3. Le due Parti collaborano alla definizione di iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell’immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori.

Articolo 20
Collaborazione nel settore della Difesa
1 Le due Parti si impegnano a sviluppare la collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate, anche mediante la finalizzazione di specifici Accordi che disciplinino lo scambio di missioni di esperti, istruttori e tecnici e quello di informazioni militari nonché l’espletamento, di manovre congiunte.
2. Si impegnano altresì ad agevolare la realizzazione. di un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari.
3. In tale ambito, l’Italia sosterrà nelle sedi internazionali la richiesta della Libia di indennizzi per i danni subiti da propri cittadini vittime dello scoppio delle mine e per la riabilitazione dei territori danneggiati, con tutti gli Stati interessati.

Articolo 21
Collaborazione nel settore della non proliferazione e del disarmo
Le due Parti si impegnano a proseguire e rinsaldare la collaborazione nel settore del disarmo e della non proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei relativi vettori e ad adoperarsi per fare della Regione del Mediterraneo una zona libera da tali armi, nel pieno rispetto degli obblighi derivami dagli Accordi e Trattati internazionali in materia.

Articolo 22
Collaborazione parlamentare e tra Enti locali

Le due Parti favoriscono lo sviluppo di rapporti tra il Parlamento italiano ed il Congresso Generale del Popolo della Grande Giamahiria, nonché tra gli Enti locali, nella consapevolezza della loro importanza per una più intensa ed approfondita conoscenza reciproca.

Articolo 23
Disposizioni finali

1. Il presente Trattato, nel rispetto della legalità internazionale, costituisce il principale strumento di riferimento per lo sviluppo delle relazioni bilaterali. Esso è sottoposto a ratifica secondo le procedure costituzionali previste dall’ordinamento di ciascuna delle Parti ed entra in vigore al momento dello scambio degli strumenti di ratifica.
2. Il presente Trattato sostituisce il Comunicato Congiunto del 4 luglio 1998 e il Processo verbale delle conclusioni operative del 28 ottobre 2002, che pertanto cessano di produrre effetti.)
3. A partire dal corrente anno, il giorno del 30 Agosto viene considerato, in Italia e nella Grande Giamahiria, Giornata dell’Amicizia italo-libica.
4. Il presente Trattato può essere modificato previo accordo delle Parti. Le eventuali modifiche entreranno in vigore alla data di ricezione della seconda delle due notifiche con le quali le Parti si comunicano ufficialmente l’avvenuto espletamento delle rispettive procedure interne.

Breivik il sionista

Maurizio Blondet 26 Luglio 2011

Lunedì 18 luglio, ad Oslo, il ministro degli Esteri Jonas Gahr Store ha ricevuto Mahmoud Abbas, il capo dell’Autorità Palestinese, rendendo chiara e definitiva la volontà del governo norvegese di riconoscere la Palestina come Stato. Al rappresentante palestinese in Norvegia è stato ricoinosciuto lo status di ambasciatore.

È una mossa a cui Israele è estremamente ostile. Benchè l’aspirazione della Palestina a dichiararsi unilateralmente Stato sia appoggiata da molti Paesi del Terzo Mondo e dell’America Latina, la Norvegia è l’unico Stato europeo a farlo.

Il 19 luglio, martedì, Eskil Pedersen, il leader del movimento giovanile del partito laborista norvegese (AUF) rilascia dichiarazioni che il giornale Dagbladet pubblicherà il giorno dopo, mercoledì 20:

Eskil Pedersen

   Eskil Pedersen insieme al primo ministro norvegese Stoltenberg durante i funerali

«È giunto il momento di attivare misure più severe contro Israele» per il suo trattamento dei palestinesi, dice Pedersen: «Il processo di pace non va da nessuna parte, il mondo intero aspetta che Israele si degni di conformarsi, ma non lo fa. Perciò noi della Gioventù Laburista vogliamo un embargo economico unilaterale della Norvegia contro Israele».

Il movimento giovanile norvegese, spiega Dagbladet, ha attivamente promosso la campagna internazionale di boicottaggio contro Israele (per le atrocità commesse a Gaza). Adesso, nel suo ultimo congresso, ha chiesto al governo norvegese di imporre un embargo unilaterale, più stretto di prima.

«So che è una misura drastica», dice Pedersen, «ma secondo me dà un chiaro segnale che siamo stanchi del comportamento israeliano». (Dialog nytter ikke, Jonas)

Il 22, venerdì, Anders Behring Breivik fa esplodere un potentissimo ordigno alla libanese presso i palazzi governativi di Oslo, e poco dopo, armato di mitragliatore militare e chili di proiettili, compie il suo massacro sull’isola di Utoya, sterminando quella gioventù laburista così esplicita nella denuncia della doppiezza e crudeltà israeliane.

Come anti-islamico, Breivik avrebbe potuto fare una strage in una moschea: del resto era proprio venerdì. Invece ha usato il suo armamento bellico per massacrare i membri del partito inviso ad Israele.

Breivik si è comportato come un perfetto Manchurian Candidate, attivato da un qualche segnale. Ma si sa, i candidati manciuriani, che una manipolazione cerebrale ha reso robot letali pronti a scattare dopo anni di normalità, esistono solo nei film. Non siamo complottisti, suvvia, non facciamoci deridere.

Gilad Atzmon

   Gilad Atzmon

È per me motivo di ammirazione e d’onore constatare che il primo a sfidare la derisione, e a ventilare nell’eccidio norvegese una risposta israeliana alla decisione filo-palestinese del governo di Osllo, è stato Gilad Atzmon. Sappiamo chi è Atzmon: musicista di livello, saggista, nato in Israele, ha scelto di vivere a Londra avendo aperto gli occhi sulla natura anti-umana dello Stato ebraico, e dove cerca di aprire gli occhi a tutti noi. È stato anche soldato d’Israele, conosce i metodi e i machiavelli del sistema, e dunque ha sùbito visto nella strage norvegese la mano ebraica.

«Da ammiratore di Israele qual è, Behring Breivik sembra aver dato ai suoi compatrioti lo stesso trattamento che lIsraeli Defense Force riserva ai palestinesi», ha scritto. (Was the Massacre in Norway a reaction to BDS?)

Filo-ebreo entusiasta, Breivik si manifesta in più parti del suo verboso testamento ideologico (1.500 pagine) in inglese:

«Quando qualcuno mi chiede se sono un nazional socialista, sono profondamente offeso. Se cè una figura storica che odio è Adolf Hitler (…)».

E come mai Breivik odia Hitler? Ecco la sua risposta:

«Hitler aveva le capacità militari per liberare Gerusalemme dalloccupazione islamica. Avrebbe potuto giungere ad un accordo con il Regno Unito e la Francia per liberare le antiche terre giudeo-cristiane allo scopo di restituire agli ebrei la loro culla ancestrale… Gli ebrei avrebbero guardato ad Hitler come ad un eroe, per aver ridato loro la terra santa».

Pù avanti:

«Coloro che disapprovano il diritto di Israele ad esistere sono o antisemiti, o sono disennati. Chi ha un po di senno dovrebbe sostenere il sionismo (nazionalismo israeliano) che è il diritto di autodifesa di Israele contro il Jihad».

Una frase che potrebbe essere uscita dalla penna di Fiamma Nirenstein. O forse dalla centrale di propaganda che indottrina l’uno e l’altra.

Ma ecco i consigli di Breivik a chi vuol essere un vero conservatore:

«Studiate Otto von Bismarck, non Adolf: il primo è stato il precursore della destra moderna, il secondo della sinistra. Studiate il Risorgimento italiano (che fu un vasto movimento di rinascita nazionale e non il complotto di una piccola elite, come dicono i libri) e unalleanza fra la destra aristocratica (il conte di Cavour e re Vittorio Emanuele) e la Sinistra rivoluzionaria (Garibaldi). Guardate alla rinascita della Turchia per opera di Ataturk… Irlanda e Israele hanno avuto le lotte nazionaliste da cui possiamo imparare molto: in ciascun caso, un pugno di visionari ha sollevato intere nazioni, dopo secoli, o anche millenni di oppressione… Dunque combattiamo insieme ad Israele, a fianco dei nostri fratelli sionisti contro tutti gli anti-sionisti, contro tutti i marxisti-multiculturalisti». (The Norway Shooter’s Support for Zionism: In His Own Words)

Chi sa da quali logge fu ideato e sostenuto il Risorgimento, e chi sa che i nazionalisti turchi di Ataturk erano in realtà Donmeh cripto-ebraici (come ho modestamente documentato nel mio Cronache dellAnticristo) può intuire quali ambienti abbiano indottrinato il giovanotto. E ha imparato con profitto, essendo in grado di ripetere praticamente a memoria il verbo ufficiale sulla spontaneità dei nazionalismi europei del 19° secolo (lo stesso che ripete, per dire, Napolitano o Ciampi)… Evidentemente, il pluriassassino non ha frequentato la Loggia Soilene di Oslo solo per farsi fotografare col grembiulino e stringere relazioni d’affari.

Atzmon ci informa che Breivik è sicuramente stato un lettore di un blog norvegese, documentato, «che è diretto da Hans Rustad, un ex giornalista di sinistra. Runstad è ebreo, sionista sfegatato, e continuamente lancia l’allarme contro la islamizzazione, la violenza e gli altri problemi sociali che secondo lui sono dovuti allimmigrazione musulmana».

Anche questa biografia è consueta. Quanti ne abbiamo conosciuti in questi anni, di ebrei di sinistra, troztkisti spesso, che sono diventati di destra (in coincidenza col passaggio a destra della maggioranza israeliana, una volta laborista) e ogni giorno ci incitano a difendere «la civiltà occidentale», a riscoprire «le nostre radici giudeo-cristiane» e dunque ad arruolarci alla crociata contro l’Islam che minaccia di fare dell’Europa una Eurabia?

In America sono l’influente legione dei neocon, dei Kagan e dei Kristol (figli o nipoti di trotzkisti russi fuoriusciti) gli Horowitz, i Wolfowitz, i Muravchik, i Perle, i membri dell’American Enterprise; in Italia basterà fare i nomi di Giuliano Ferrara – figlio del numero 2 del PCI sovietizzato, oggi ateo devoto – e della stessa Nirenstein: da giovane, se l’avesse avuta vinta, avrebbe portato l’Italia nella sfera sovietica, oggi organizza Amici di Israele nel Parlamento italiano su posizioni a destra di Netanyahu.

Atzmon ci informa che questa rete è ancora più grande: cita per esempio siti e riviste come FrontPage Magazine, il britannico Harrys Place, Daniel Pipes, e molti altri che diffondono il verbo dell’islamofobia e della crociata per l’Europa cristiana; e non si limitano a scrivere e a parlare: cercano di fare adepti e di infiltrarsi nelle file dell’estrema destra marginale, che in Europa è fatta di gruppi piccoli, ma sempre pronti a passare all’azione violenta.

Julian Kossoff

   Julian Kossoff

Julian Kossoff, giornalista ebreo britannico, deplora e denuncia sul Telegraph l’infiltrazione di militanti sionisti nella English Defense League e nel National Front: nella prima, si sarebbe formata persino una «divisione ebraica» che partecipa alle manifestazioni dei fascistelli inglesi, e alle angherie che questi gruppi compiono contro gli immigrati musulmani, con le bandiere di Israele. Kossof si domanda cos’hanno da spartire degli ebrei con questi «teppisti da tifoseria»: ingenuo snob. Si può ricavare molto manipolando dei teppistelli che nulla capisono delle operazioni astute ed acute indotte dal Mossad.

Ed evidentemente, è giunto un ordine generale di abbandonare lo snobismo ebraico, turarsi il naso e affiancare (e forse pagare) questi teppisti, utili idioti anti-islamici. (The English Defence League, the Jewish division and the useful idiots)

Ora si sa che Breivik aveva degli agganci a Londra, in quei precisi ambienti infiltrati dai sionisti di destra. (Hunt for Britons linked to Norway killer Anders Behring Breivik)

Il tomo di 1.500 pagine scritto da Breivik in inglese, e da lui spedito via e-mail a 5.700 persone poche ore prima di compiere la strage, è del resto datato London 2011. E si apprende che Breivik era in continuo e cordiale contatto web e personale con almeno 150 esponenti dello English Defense League. La divisione ebraica? (Norway killer Anders Behring Breivik had extensive links to English Defence League)

Isaak Nygren

   Isaak Nygren

Ora, i giornali svedesi rivelano che un’ora prima di sterminare, Breivik ha inviato una mail a tale Isaak Nygren, esponente di spicco degli Sweden Democrats, movimento anti-islamico in crescita politica. Nygren, guarda caso, è ebreo. Brevik apparentemente era un suo buon amico, anche se Nygren, raggiunto dai giornalisti svedesi in un kibbutz israeliano dov’è andato in vacanza militare, lo nega. (Tidigare SD-medlem chockades av mejlet från mördaren)

David Horowitz

   David Horowitz

Gilad Atzmon riferisce inoltre di un furente articolo anti-norvegese, che David Horowitz, esponente neocon americano molto influente, ha scrittro e postato sul suo sito FrontPage un giorno prima che il Manchurian Candidate si attivasse per lo sterminio. L’articolo appare una giustificazione preventiva dell’eccidio. Il titolo già dice il tono: I Quisling di Norvegia.

Svolgimento: «Appoggiando la richiesta di Abu Mazen di riconoscere la Palestina come Stato, il governo norvegese si è comportato come Quisling, il capo di governo filo-hitlerianno che negli anni30 portò la Norvegia a fianco del Terzo Reich. Un governoantisemita’», infuria Horowitz, «che ha capeggiato la campagna di disinvestimento e di boicottaggio economico contro Israele…». (Massacre in Norway– More About the Jewish Right Wing Connection)

Un governo multiculturalista, influenzato dagli immigrati islamici, che merita una punizione.

Una posizione che è riecheggiata da un sito israeliano, in ebraico, e di cui Gilad Atzmon ci traduce qualche commento: (http://rotter.net/forum)

«I criminali di Oslo hanno pagato».

«È stupidità e malvagità non desiderare la morte per coloro che invocano il boicottaggio di Israele».

Ed infine un commento illuminante:

«Anche i membri della Gioventù Hitleriana uccisi nei bombardamenti della Germania erano innocenti. Piangiamo pure sui terribili bombardamenti messi a segno dagli Alleati… ma qui abbiamo una banda di odiatori di Israele che si riuniscono in un Paese che odia Israele in una conferenza che appoggia il boicottaggio. Sicchè non è bello latto in sè, e noi lo condanniamo… ma piangere per loro? Suvvia. Noi ebrei non siamo cristiani. Nella religione ebraica non cè alcun obbligo di amare il nemico».

Ottima spiegazione del perchè il concetto di giudeo-cristianesimo è un falso ideologico, diffuso a scopi propagandistici dalla nota centrale – e che anche in Vaticano si sono bevuti. Ma forse, solo per scongiurare un attentato islamico di Al Qaeda in Vaticano?

Resta il fatto che in Israele ci sono tutti i mezzi, e tutta la mentalità, non solo per desiderare la morte dei boicottatori, ma anche di provocarla attivamente, magari per mezzo di un Manchurian Candidate.

Gordon Duff, che è un ex marine, sostiene nel suo blog che «una auto-bomba reca sempre la firma di una agenzia di intelligence». (The Second Tragedy is the Lies)

Gilad Atzmon definisce Beivik un «Sabbath Goy». Così vengono chiamati, in Israele e nel talmudismo, i gentili di basso livello sociale che vengono assoldati come servi dai pii ebrei per compiere i modesti lavoretti che un pio ebreo non può fare di sabato.

«Nella realtà sionizzata in cui tragicamente viviamo, il Sabbath Goy uccide per conto dello Stato ebraico. E può farlo persino volontariamente», conclude Atzmon.

Il massacro del 22 Luglio: Norvegia e Israele

María José Lera e Ricardo García Pérez – Rebelión

Traduzione: Europeanphoenix.com

Il massacro commesso il 22 Luglio in Norvegia si è sviluppato in un contesto che merita attenzione. Ci sono stati due attentati, uno contro la sede del governo e un altro nell’isola di Utoya, con una differenza di due ore tra i due. Nell’isola di Utoya si celebrava un campo-riunione della Lega Giovanile dei Lavoratori del Partito Laburista (Arbeidaranes Ungdomsfylking, AUF secondo le sue sigle norvegesi) il cui rappresentante, Eskil Pedersen, è uno dei difensori più importanti del boicottaggio di Israele in Europa, e con posizioni di grande importanza.

 

Boicottare Israele

L’implicazione della Norvegia nel boicottaggio di Israele è fondamentale. Il boicottaggio universitario venne guidato da una delle istituzioni accademiche più importanti della Norvegia, l’Università di Bergen, che ha l’intenzione di imporre un boicottaggio accademico contro Israele per un comportamento che qualifica simile a quello dell’apartheid (YNET, 24 gennaio 2010); la accompagnò il rettorato dell’Università di Trondheim, dove venne si discusse e votò se unirsi o meno al boicottaggio accademico contro Israele.

Soltanto alcuni mesi fa, in aprile, questo boicottaggio universitario diede i suoi frutti e lo stesso Alan M. Dershowitz si trovava in Norvegia e si offrì di impartire conferenze su Israele nelle tre università più importanti, sebbene tutte rifiutarono la sua offerta, nonostante fossero stati invece invitati lì Ilan Pappé o Stephen Walt. Il reclamo di Desrhowitz contro il «boicottaggio della Norvegia degli oratori pro-israeliani» si può trovare nel seguente collegamento: http://soysionista.blogspot. com/2011/04/el-boicot-de- noruega-los-oradores-pro.html.

Il Ministro degli Affari Esteri del Norvegia, Jonas Gahr Støre, disse quanto segue il giorno precedente il massacro: “L’occupazione deve terminare, il muro deve essere demolito e bisogna pretenderlo ora»… e lo fece nello stesso campo dove è avvenuta la strage (fonte: http://tinyurl.com/3zhsj4w).

Nella foto: La AUF chiede di boicottare Israele. Jonas Gahr Store, Ministro degli Affari Esteri della Norvegia, è stato ricevuto giovedì nel campo estivo della AUF che si teneva a Utoya, dove ha affermato che la Norvegia vuole riconoscere lo Stato palestinese. 


Mercoledì scorso Eskil Pedersen ha affermato che la Lega Giovanile dei Lavoratori (AUF) vuole che la Norvegia imponga un embargo economico unilaterale a Israele.

La Lega Giovanile dei Lavoratori avrà una politica più attiva nel Vicino Oriente e dobbiamo riconoscere la Palestina. ‘Il denaro solo è denaro”, ora dobbiamo spingere il processo di pace verso un’altra strada”, ha dichiarato Pedersen. Le azioni di BDS (boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni) sono state appoggiate nel gennaio del 2006 dal Ministro dell’Economia (http://www.elreloj.com/ article.php?id=16385) e sono state rese effettive nel ritiro di investimenti. Concretamente, il 23 di agosto del 2010 la Norvegia comunicò che il Fondo Petrolifero Norvegese (Norway Oil Fund) ritirava i suoi investimenti dalla compagnia costruttrice internazionale Danya Cebus, che appartiene al fondo di investimenti Africa-Israele.

Nelle parole del Ministro dell’Economia: “Il Consiglio di Etica enfatizza che la costruzione di colonie nei territori occupati costituisce una violazione della Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione di Civili in Tempo di Guerra”. “Varie risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e pareri del Tribunale Internazionale di Giustizia hanno concluso che la costruzione di insediamenti israeliani nei territori occupati palestinesi è proibita da questa Convenzione”, affermò il Ministro dell’Economia Sigbjoern Johnsen in una dichiarazione». (http://www.nocturnar.com/ forum/economia/427216-fondo- noruego-retira-inversiones-de- companias-israelies.html)

Il ritiro di investimenti è inoltre stato esteso al commercio di armi, e nel settembre del 2009 venne cancellato l’investimento nell’Elbit, impresa di armamenti israeliana (http://www.haaretz.com/news/israel-summons-norway-envoy-to-protest-divestment-from-arms-firm-1.8535). E non solo è stata vietata la vendita di armi a Israele, ma nel giugno del 2010 il Ministro dell’Educazione norvegese fece un invito internazionale affinché questa posizione di boicottaggio delle imprese di armamenti israeliane fosse condivisa dal resto della comunità internazionale (http://www.swedishwire.com/ nordic/4809-norway-calls-for- boycott-on-arms-to-israel), di fronte all’assassinio da parte di Israele di nove attivisti turchi nell’attacco alla Flottiglia.

Il boicottaggio norvegese è appoggiato massicciamente dalla popolazione e, secondo fonti israeliane, nell’anno 2010 il 40% dei norvegesi dichiarava di non acquistare prodotti israeliani (http://www.ynetnews.com/ articles/0.7340.L-3898052.00. html)

 

 

Appoggio al popolo palestinese

 Se la Norvegia si è messa in evidenza nel boicottaggio di Israele, lo ha fatto anche nel dichiarare e riconoscere lo Stato palestinese. Il 19 Luglio scorso il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas ha visitato la Norvegia e il Ministro degli Affari Esteri norvegese, Jonas Gahr Støre, ha dichiarato al notiziario di TV2 che la Norvegia è disposta a riconoscere lo Stato palestinese. Queste parole sono le stesse che ha poi ripetuto durante il discorso di Utoya: “Siamo disposti a riconoscere lo Stato palestinese. Sono in attesa del testo concreto della risoluzione che i palestinesi presenteranno davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel mese di Settembre” (fonte: http://english.ruvr.ru/2011/ 07/19/53408557.html).

In autunno si attende che il presidente palestinese Mahmud Abbas esponga la questione davanti alle Nazioni Unite, dove chiederà l’ingresso nell’organizzazione ed il riconoscimento dello Stato palestinese secondo le frontiere precedenti la guerra del 1967 e con capitale a Gerusalemme Est. Né gli Stati Uniti né l’Europa hanno appoggiato la creazione di uno Stato palestinese indipendente.

L’ex Ministro degli Affari Esteri, Kare Willoch, ha inoltre ricevuto recentemente un passaporto palestinese ed ha espresso il suo appoggio ai palestinesi ed alla loro situazione: “Mi sono reso conto dell’ingiustizia particolarmente grave alla quale è sottoposto il popolo palestinese e che realmente tutto il mondo occidentale ha responsabilità in ciò” (fonte: http://theforeigner.no/pages/ news/abbas-to-meet-norwegian- foreign-minister/).
Reazioni di Israele

Israele non ignora queste azioni. Di fatto, il 15 di Novembre del 2010 la stampa israeliana pubblicò che la “Norvegia incita all’odio contro di noi” (fonte: ynetnews.com), dando luogo ad un grave conflitto diplomatico. Israele accusò il governo norvegese di finanziare e fomentare l’istigazione spudorata contro Israele. In questo caso la protesta era per il finanziamento e la partecipazione della Norvegia nella diffusione di opere che informavano sulla sofferenza infantile a Gaza. Questo era il testo completo della notizia:

Secondo le informazioni ricevute dal Ministero degli Affari Esteri a Gerusalemme, il municipio di Trondheim finanzia un viaggio a New York per gli studenti che partecipano nell’opera “Monologhi di Gaza” ‘che tratta della sofferenza dei bambini di Gaza come conseguenza dell’occupazione israeliana’”.

L’opera, scritta da un palestinese di Gaza, sarà presentata nella sede delle Nazioni Unite. L’iniziativa si aggiunge ad una esposizione di un artista norvegese esibita a Damasco, Beirut e Amman con la collaborazione delle ambasciate della Norvegia in Siria, Libano e Giordania.

L’esposizione mostra bambini palestinesi morti insieme a caschi dell’Esercito di Israele che ricordano i caschi dei soldati nazisti e una bandiera israeliana intrisa di sangue.

I norvegesi inoltre hanno contribuito a distribuire nei festival del cinema di tutto il mondo un documento intitolato “Tears of Gaza” («Lacrime di Gaza»). Secondo il Ministero degli Affari Esteri [israeliano], la pellicola tratta della sofferenza dei bambini di Gaza senza menzionare Hamas, i razzi sparati su Israele e il diritto di quest’ultimo a difendersi.

Nella pellicola appaiono abitanti di Gaza cantando Itbah al-Yahud, ma la traduzione norvegese dice “uccidere agli israeliani” invece di “uccidere i giudei”.

E’ inoltre stato pubblicato recentemente un libro scritto da due medici norvegesi che furono gli unici stranieri a Gaza a concedere interviste durante l’Operazione Piombo Fuso. Il libro, che accusa i soldati dell’Esercito di Israele di uccidere deliberatamente a donne e bambini, è un successo di vendite in Norvegia ed è stato calorosamente raccomandato niente di meno che dal ministro norvegese degli Affari Esteri Jonas Gahr Støre.

L’ambasciata israeliana in Norvegia ha protestato energicamente contro l’implicazione delle autorità nella demonizzazione di Israele. “La politica ufficiale e manifesta della Norvegia parla di comprensione e riconciliazione – ha detto domenica notte un’autorità israeliana – ma dalla guerra di Gaza, la Norvegia è diventata una superpotenza per quel che concerne l’esportare materiale multimediale orientate a delegittimare Israele mentre utilizza il denaro dei contribuenti norvegesi a produrre e diffondere questo materiale”.

Daniel Avalon, vice-ministro degli Affari Esteri, ha dichiarato in una riunione con membri del parlamento norvegese che “questo tipo di attività allontana le possibilità di riconciliazione e favorisce una radicalizzazione della posizione palestinese che gli impedisce di negoziare”. I norvegesi hanno risposto alle critiche israeliane dicendo che il governo appoggia la libertà di espressione e che non interverrà per alterare il contenuto di opere d’arte. (Fonte: http://www.ynetnews.com/ articles/0,7340,L-3984621,00. html ).

La stampa israeliana ha pubblicato più articoli evidenziando che le relazioni tra i due Stati non vivono il loro migliore momento. C’è da aggiungere che la Norvegia ha sempre mantenuto colloqui con Hamas dalla fondazione di un governo di unità nel 2007, distanziandosi così dalla posizione statunitense ed europea (http://www.norway.org.ps/ News_and_events/Press_Release/ Facts_about_Norway%E2%80%99s_ position_with_regard_to_Hamas/ ) e irritando profondamente Israele, come c’era da attendersi (http://news.bbc.co.uk/2/hi/ 6470669.stm).

Le cattive relazioni hanno raggiunto un apice con le dichiarazioni dello stesso Presidente di Israele, Shimon Peres, che nel maggio del 2011 ha affermato che dialogare con Hamas equivale ad appoggiare questa “organizzazione terrorista”, al quale Jonas Gahr Støre -Ministro degli Affari Esteri norvegese- rispose: “condanniamo le organizzazioni che sono implicate nel terrorismo, ma la Norvegia considera l’avere alcune liste nelle quali includere ad un’organizzazione per qualificarla come terrorista non serve ai nostri obiettivi” (http://www.newsinenglish.no/ 2011/05/06/peres-criticizes- norway-on-hamas/).

Curiosamente, il “terrorista” norvegese accusato di questo massacro, Anders Behring Breivik, è stato segnalato come titolare di un blog chiamato «Fjordman» ed i suoi messaggi appaiono da tempo con collegamenti in “Jihad Watch” e “Gates of Vienna” (http://www. wakeupfromyourslumber.com/ blog/joeblow/zionists-admit- breivik-fjordman-breivik- rightist-mass-murderer-atlas- shrugged-contribut). Se fosse così, il blog di Fjordman mostra che Breivic è un estremista neocon che odia gli immigrati e specialmente i musulmani e, oltre ad essere pro-israeliano; cfr. il blog “perché la lotta di Israele è anche la nostra lotta” (http://vladtepesblog.com/?p= 21434).

Potrebbe essere che, alla fine, i tentacoli dello Stato di Israele non siano tanto lontani da questa strage; alla fine non sarebbe stata la prima che commette né, purtroppo, sarà l’ultima. La Lega Giovanile dei Lavoratori Norvegese (AUF), il Ministro degli Affari Esteri norvegese e il suo governo al completo hanno ricevuto un tremendo colpo. Chi si è schierato nel rifiuto della politica genocida di Israele verso il popolo palestinese è ovviamente chi più soffre, precedentemente avvertiti da Israele del loro “grande coraggio”…qualcosa che nel linguaggio israeliano significa che ne pagheranno le conseguenze.
*María José Lera è professoressa presso l’Università di Siviglia e Ricardo García Pérez è traduttore.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 27 Luglio 2011 15:21)

Guerra in Libia: intervista a Joe Fallisi


 

Intervista per European Phoenix di Federico Dal Cortivo a Joe Fallisi, tenore italiano e attivista per i diritti umani, sulla questione libica.

D: Sig. Fallisi nei giorni scorsi è arrivata  la notizie che la cosiddetta Corte Penale Internazionale dell’Aja ha deciso di incriminare e spiccare mandato di arresto contro Muammar Gheddafi, lei che ne pensa? Di che cosa dovrebbe essere imputato il Rais? Un Tribunale come quello dell’Aja, a cui ad esempio gli Stati Uniti non riconoscono alcun  potere verso se stessi,  che reale autorevolezza può avere?

Moreno Ocampo e i funzionari lavapiatti come lui (per non parlare dei loro capi e mandanti), se esistesse l’inferno, si sarebbero già assicurati un posto nel girone più buio. Tutta questa gente spudorata sa benissimo chi abbia commesso e continui a perpetrare, nell’ambito della “guerra” in Libia, crimini contro l’umanità – e del genere peggiore. Sono i cari “ribelli” tagliagola-seno della Cirenaica a libro paga delle potenze predatrici (oltre a queste ultime, beninteso). Il “Tribunale dell’Aja” è uno strumento dell’armamentario politically correct in mano all’Anglogiudamerica. Un altro è l’ONU stessa. E lo si è visto con le risoluzioni a favore della no-fly zone, ovvero del bombardamento-impestamento-distruzione d’un Paese libero e sovrano che non aveva mai dichiarato guerra a nessuno.

D: L’attacco alla Libia, perché di un vero e proprio attacco militare si tratta, è stato come al solito fatto passare per “intervento umanitario”, tipica espressione con la quale la Nato in questi anni dichiara guerra senza dichiararla ufficialmente, lei cosa pensa sia stata la causa scatenante?

Quali sono i reali interessi in gioco che hanno spinto la Francia sempre più interventista e la Gran Bretagna, a premere per l’intervento militare diretto?

Era da molti anni (una decina, secondo il generale Wesley Clark, cfr. http://www.youtube.com/watch?v=cUhlFO5qjVE) che l’America stava preparando l’aggressione alla Libia, il Paese più ricco e progredito (ed equo) dell’Africa e d’importanza strategica decisiva. Le sollevazioni in Tunisia e in Egitto, in parte spontanee, in parte fomentate e manovrate da quelli che io chiamo i Signori del Caos (cfr. http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/85038), hanno costituito il via libera al tentativo di putch (inane) e all’”intervento umanitario” immediatamente successivo. Gli Stati coinvolti in veste di attori principali dell’assalto alla Giamahiria (USA, Francia, Gran Bretagna) sono tutti in grave crisi economica e sperano, con questa avventura neocolonialista, di impossessarsi delle risorse libiche (non solo il petrolio, ma anche l’acqua e l’oro dei forzieri della Banca centrale di Tripoli) e di poter costruire un’immensa base a servizio dei loro interessi geopolitici, come già è stato fatto in Kosovo. E, come lì, utilizzando appositi collaboratori “islamici” delinquenziali. Gheddafi, dopo l’attacco armato di Reagan alla Libia, si era sì riavvicinato all’Occidente, facendo molte (troppe) concessioni – e indirettamente favorendo il formarsi, all’interno del regime, di una casta di corrotti e venduti “privatizzatori”, tutti poi, non a caso, passati al nemico -, ma nell’essenza era rimasto il combattente rivoluzionario (e antisionista) di sempre. I padroni di Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv lo sapevano. Avevano malissimo digerito la realizzazione, dovuta in larga parte alla Giamahiria, del satellite africano, così come, ancor più, il programma libico di creare una moneta comune (il dinaro d’oro) che avrebbe sostituito le valute straniere negli scambi commerciali del continente.

D: E’ oramai assodato che anche in Libia siano state usate bombe contenenti Uranio Impoverito, quelle che servono per perforare le corazze dei carri e le postazioni protette, ma anche  utilizzate sui centri abitati. Il ministro della Difesa britannico Liam Fox del resto non ha mai escluso tale eventualità, lo stesso vale anche per gli Stati Uniti. Lei ha notizie al riguardo provenienti dal fronte Nord  Africano?

Quel che si sa per certo è che tali armi sono state usate fin dall’inizio e continuano ad essere impiegate.

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24212,http://www.voltairenet.org/NATO-War-Crimes-Depleted-Uranium, http://sjlendman.blogspot.com/2011/07/nato-using-nuclear-weapons-in-libya.html,http://libyanfreepress.wordpress.com/2011/07/07/uranio-sulla-libia-intervista-al-prof-zucchetti/).

Del resto ormai così succede in ogni campo di battaglia dei predoni del Nord e dell’Occidente del mondo. Per avere un’idea degli effetti che tale pratica produrrà anche in Libia, basta riferirsi all’Iraq e in particolare a Fallujah, ma anche “solo” alla ex-Iugoslavia, all’Afghanistan, a Gaza: dappertutto le malformazioni dei neonati sono in aumento. E’ un attacco alle fonti stesse della vita e a Madre Terra quale nessun tiranno nella storia aveva mai neppure immaginato di compiere. Si pensi che la vita media dell’uranio impoverito è di 4.468 milioni 109 anni (cfr.http://www.uranioimpoverito.it/cosa_e.htm), poco meno dell’età stessa del nostro pianeta (4 miliardi 550 milioni di anni), le cui prime forme multicellulari di vita hanno fatto la loro comparsa 2,1 miliardi di anni or sono. Il Sole terminerà la sua esistenza fra 5 miliardi di anni.

D: Si parla insistentemente in Occidente e la stampa embedded lo riporta con enfasi, di presunte atrocità commesse dalle truppe fedeli a Gheddafi, addirittura il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton parla di stupri contro gli insorti. Lei è al corrente di questo?  E se crimini di guerra vi sono stati chi ne è il responsabile?

Le motivazioni della guerra (come al solito unilaterale e nell’eroica proporzione di 1000 contro uno) sono state l’apoteosi del falso. Gli stupri al viagra valgono quanto i 10.000 morti dei primi giorni. Hanno cominciato (Al-Jewzeera e al suo seguito tutti gli altri “network” e “agenzie” del genere ANSA) con menzogne stratosferiche. Proseguono imperterriti nel loro sporco lavoro. Sono “giornalisti” da radiazione immediata, gente con deontologia professionale sotto zero, embedded, appunto. Il fatto è che ormai viviamo nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo (cfr. http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/59412,http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/73020, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/73021, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/73022,http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/73024, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/73621). Nel senso che non si tratta più di ammannire ai teleutenti passivi una qualche rappresentazione, un’ermeneutica della realtà, ma di abolire quest’ultima sostituendola con una fanta-realtà, virtuale, creata ad  hoc e trasmessa-imposta mediaticamente (piccolo esempio: “le ‘immagini di Misurata’ passate sulla CNN… (…) si sono rivelate essere immagini dei bombardamenti… di Fallujah, in Iraq. Lo si può facilmente capire osservando le targhe delle automobili incendiate”, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/84268). E siamo pure nella società dell’Ersatz  (dal cibo artificiale ai droni), il cui compimento consiste proprio nella sostituzione della realtà con l’irreale, col teatro dei fantasmi. Infine ci troviamo ormai immersi anche nel tipo di società, prefigurata da Orwell e da Huxley, insieme del Grande Fratello e della Propaganda totale. L’”audience” drogata deve condividere il bipensiero (per cui 2 + 2 fa 5, a volte 3 e persino, non è escluso, 4) e la neolingua (sicché pace significa guerra, guerra pace), accettando, col sorriso catatonico sulle labbra, la propria schiavitù. Quanto ai crimini di guerra, come ho detto, sono realissimi. E chi ne sia responsabile è sotto le pupille (vuote) di tutti (cfr. http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/79980).

D: E’ in possesso di dati sulle perdite civili fino ad oggi in Libia?

Le ultime cifre parlano di 1.100 civili uccisi dai bombardamenti dell’Organizzazione Terroristi Nordatlantici e di 4.500 feriti. Ma bisogna aggiungere le tante vittime delle atrocità dei razzisti criminali monarcoteocratici di Bengasi, al soldo del Qatar, degli Emirati Arabi Uniti, dei Fratelli Musulmani e della coalizione. Almeno un migliaio di neri, per esempio, linciati, orrendamente torturati, bruciati. E le tante donne stuprate e massacrate. Forse nessun uomo farà mai pagare a questa feccia che usurpa il nome dell’Islam i suoi delitti. Ma un tribunale più alto ha già emesso la sentenza.

D: Come giudica l’atteggiamento del governo italiano, che con in testa il Capo dello Stato Napolitano ha giustificato l’attacco ad uno Stato sovrano, legato a noi da un trattato di amicizia?

Posso solo dire, come ho fatto in aprile a Tripoli durante il colloquio con un signore libico, che mi vergogno di essere italiano e che non mi sento minimamente rappresentato dal “Presidente” guerrafondaio di cui sopra, vecchio arnese dello stalinismo dalla lacrima (radioattiva) facile.

D: Quali pensa che saranno le ripercussioni per gli interessi italiani in Nord Africa?

Il nostro Paese traditore e opportunista, alla fine, comunque si concluda questa vicenda, avrà perso su tutti i fronti – e si sarà scavato la fossa con le proprie mani. Riconfermando la peggiore nomea, ben meritata, che ha all’estero.

European Phoenix

Siria-Italia. Democrazia prêt-à-porter

 

 
In Italia proprio come in patria, la comunità siriana è fortemente divisa fra oppositori e sostenitori del presidente Bashar al Assad e del suo governo. Sabato scorso quella parte di comunità che appoggia il legittimo capo di Stato e il suo esecutivo aveva organizzato a Milano e Roma una fiaccolata per manifestare contro la disinformazione che regna in Italia sulla crisi in atto nel Paese arabo. All’evento hanno partecipato anche il proprietario di un bar di Cologno Mmonzese, siriano e cristiano, che non si è fatto intimidire da una vile aggressione della quale è rimasto vittima insieme ai suoi soci poco prima di recarsi nel capoluogo lombardo. Intorno alle 19 circa, 24 persone tra siriani ed egiziani – gli stessi che le nostre fonti ci riferiscono prenderebbero parte alle manifestazioni antigovernative che si svolgono settimanalmente a Milano – si sono presentate al bar e hanno distrutto i tavoli esterni e la vetrata del locale, oltre ovviamente a minacciare i proprietari. Come se quanto accaduto non fosse già abbastanza, al ritorno dalla fiaccolata il titolare del locale e un suo amico siriano alawita sono stati aggrediti. Il proprietario del bar, quindi, oltre ad aver rimediato ben 11 punti di sutura alla testa, ha anche ritrovato la sua auto con tutti i vetri distrutti. La denuncia alla polizia è stata fatta ma la comunità siriana della zona, e in particolar modo i cristiani, si sono detti allarmati per quanto accaduto e probabilmente non faranno più sentire la loro in sostegno del presidente al Assad per non incorrere nello stesso destino del titolare del locale di Cologno Monzese. Fa specie che a rendersi protagonisti di questo vile atto siano stati alcuni di quelli che in questi giorni si riempiono la bocca con parole come “democrazia” e “libertà”.
Fonte: “Rinascita – Quotidiano di sinistra nazionale”

La via dell’inferno è lastricata di… “proteste”

di Enrico Galoppini

Le vibranti proteste che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco la capitale della Grecia, sul cui collo si sono piantati i canini dell’usurocrazia mondialista, inducono a riflettere sul tipo di azione da intraprendere da parte di chi intende esprimere il proprio dissenso nei confronti di politiche e situazioni a dir poco scandalose.

Le immagini proposteci sono ogni volta le stesse: sassaiole, cassonetti in fiamme, vetrine infrante, contro lacrimogeni e cariche della polizia, con la variabile del morto che ogni tanto ci scappa. Da una parte, perlopiù ragazzi incappucciati o col casco, armati di pietre, spranghe, estintori; dall’altra, agenti che somigliano sempre più a dei “terminator”; gli uni e gli altri in un gioco delle parti dall’esito scontato, come quello del palestinese armato di fionda che sfida il carro armato israeliano…

Sin dalla prova generale di tutte queste situazioni, il G8 a Seattle del 1999, la scena è inderogabilmente la medesima, così alla fine chi protesta torna a casa gonfio di botte, anche se oltre vent’anni d’esperienza pare non abbiano giovato a molto dato che la scena non cambia mai.

Le tv leccapiedi del potere hanno quindi buon gioco nell’inondare le case di “perbenismo”, additando “i violenti” e facendo intendere che “non si fa così”. In effetti, in qualche caso ci rimette anche qualche “poveraccio” che non c’entrava nulla e che si trova la macchina distrutta… ma non è questo il punto. Altrimenti dovremmo dare credito ai politici che, all’unisono, “condannano le violenze”, come se bombardare l’Afghanistan, l’Iraq o… la Libia non fosse una “violenza”! Questi individui senza dignità quando si mettono a fare i moralisti sono semplicemente vomitevoli.

Per cui diciamo, sin dal principio e a scanso di equivoci, che non intendiamo in alcun modo giustificare i professionisti dell’usura e chi tiene loro bordone nelle redazioni dei giornali o nei salotti della “cultura”. Questi personaggi e il mondo che essi plasmano a loro (illusorio) beneficio meritano tutto lo sdegno possibile perché si tratta di oppressori e sfruttatori del genere umano.

Che la soluzione alla corruzione da essi sparsa sulla terra non consista però nello scendere in strada per “spaccare tutto” non lo dico io, ma lo dimostrano per prima cosa gli esiti di queste manifestazioni, le quali, a parte una “memorialistica” su cui si specula all’infinito (i famosi “fatti di Genova”, ad esempio), non conducono mai ad un risultato apprezzabile e risolutivo, non mettendo neppur lontanamente in crisi i bersagli delle contestazioni. Anzi, riconosciamo tranquillamente che si tratta di vere punture di spillo. Quello che Lorsignori volevano fare prima lo fanno esattamente né più né meno anche dopo. Addirittura, pare che queste “violenze” da essi ostentatamente ed ipocritamente deprecate vengano strumentalizzate per giustificare la pretesa “bontà” dei loro propositi: “Se questi sono gli oppositori, sporchi, brutti, cattivi… e violenti, meglio senz’altro stare con noi, no?”.

Considerando poi queste azioni di contrasto, di dissenso e di protesta che sovente sfociano in “guerriglia urbana” dal punto di vista della loro efficacia, vi è da rilevare che, a parte l’espressione netta e plateale di un “rifiuto”,  è assente del tutto o quasi la parte propositiva, che è quella essenziale. Si dice di voler distruggere tutto ma non si sa bene cosa costruire; si urla “no” a squarciagola, ma non si ha idea per quale “sì” valga la pena battersi.

Pertanto, se si escludono i triti e ritriti slogan “rivoluzionari” più o meno ‘aggiornati’, vi è da chiedersi che cosa emerga di propositivo da parte di chi scende in strada per inscenare “proteste sociali”. Diciamocelo in tutta franchezza: non può emergerne alcunché di concreto ed attuabile, poiché di fatto e, ormai sempre più, di diritto, è praticamente proibito intraprendere un’azione politica che ristabilisca quel che essenzialmente manca alle nostre nazioni: la sovranità.

La sovranità, più precisamente la sua inesistenza nelle differenti nazioni europee sottoposte a ‘terapie d’urto’, è la grande assente dagli ordini del giorno dei recenti movimenti di protesta. Essa, infatti, dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stata artatamente associata dai pappagalli (e mi scuso coi pappagalli veri) della “cultura” al “bieco nazionalismo”, allo “sciovinismo”, al “razzismo”, per far largo a fumosi concetti quali la “società aperta”, la “cittadinanza del mondo”, “la governance (!) globale”. “Cultura”, intrattenimento, scuola hanno martellato a più non posso le giovani generazioni, che così si son trovare nell’impossibilità di riavvolgere il bandolo della matassa ed arrivare a monte del problema, almeno su un piano “politico”.

Questi giovani che protestano mettendo a soqquadro interi centri cittadini ed ingaggiando rituali ed impari tenzoni con Polizia e Carabinieri, perciò, non lo fanno per reclamare la sovranità della propria nazione (in primis monetaria e militare), senza la quale null’altra libertà politica, economica, culturale e sociale è praticabile, ma si agitano in nome di un “ribellismo” e di un “rivoluzionarismo” senza capo né coda e che sempre più sta sfociando in una riedizione del “tutto è permesso” di sessantottina memoria, tanto che schiere di “neofemministe” (“se non ora quando?” eccetera) e di pervertiti stanno sempre più baldanzosamente assaltando quel poco che resta di “normalità” nel cosiddetto “Occidente” .

È vero che non tutti quelli che vanno in piazza per protestare sono dei ‘rottami ideologici’, poiché in queste “violenze” sfacciatamente “condannate” da tutto il sistema che conta vi è anche una buona dose di “disperazione” per un orizzonte che si fa sempre più scuro, quando non è già il presente ad essere ben poco roseo…

Eppure, gli stessi che con argomenti sensatissimi (“come faremo a farci una famiglia?”) si associano alle proteste contro le “misure”, i “tagli” e le “riforme” (di governi-fantoccio del potere finanziario, ma non lo capiscono???), sono al tempo stesso imbevuti di quella stessa propaganda che promana dai megafoni dei loro occasionali avversari: nessun interesse per la “sovranità”, e, anzi, richieste di sempre maggiori “diritti”!

Questa fisima  dei “diritti”, tra cui quello, che li compendia tutti, di “vivere come si vuole”, è davvero tipica di questa fase finale del presente ciclo dell’umanità, che, dati tradizionali alla mano (v. G. Georgel, Le quattro età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia, trad. it. Rimini 1982, ma l’opera in francese è del 1949), dovrebbe chiudersi intorno al 2030 tra immani sfaceli, tra cui cataclismi e una devastante “Terza guerra mondiale” di cui già si scorgono le prime inquietanti avvisaglie.

Dunque – ed è già grave – gli attuali “oppositori” ufficiali del sistema, non solo insistono nello schierarsi in nome di ideologie già fallite alla prova della storia, ma reclamando ulteriori “diritti” vanno esattamente nella direzione voluta da quegli stessi vampiri dell’usura che pianificano “lacrime e… sangue”, per l’appunto.

Quindi, per ricapitolare, la situazione in Europa (la “zona euro”, la chiamano…) è effettivamente preoccupante, ed è necessario rendersene conto, ma da qui a “ribellarsi” tanto per fare ce ne corre, perché per ribellarsi bisogna anche sapere che cosa si mette in moto con la propria ribellione. D’altra parte la storia recente c’insegna che in nome del “ribellismo” (il cosiddetto “Sessantotto” del “tutto è permesso”) si è precipitati ancor più negli abissi dell’Età Oscura, il cui fondo evidentemente non è ancora stato toccato, visto che vi sono tutti i segnali che indicano come la prossima spallata a quel che resta di “normale” (il virgolettato non è in nome di un ingiustificato relativismo!) sarà la diffusione – dietro il paravento delle “coppie di fatto” – dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, con conseguente possibilità di avere dei figli (anche se adesso il solito facilone dirà che “no, non è possibile…”).

Ebbene, anche questa semplice mostruosità, che va ad assommarsi ad altre quali l’aborto e – entro certi limiti – il divorzio, entrambi praticati ‘per sport’ nel “progressista Occidente” (per non parlare delle donne aggiogate al “mondo del lavoro”, coi bambini che, povere creature, subiscono una violenza senza limiti), non viene in alcun modo messa in discussione dai moderni protestatari, che in sintonia con l’andazzo imperante chiedono in fondo non una società sana, rispettosa delle leggi della natura perché donate misericordiosamente dal loro Creatore, ma un festival grottesco in cui dare sfogo alle loro pulsioni malsane inoculate da demoni preposti allo scopo.

Di tutto l’armamentario “rivoluzionario” rimane dunque solamente il “bel gesto” romantico di chi va a far le “barricate”, ma se andiamo ad analizzare quale ordine – o meglio dis-ordine – auspicano gli attuali “rivoluzionari” c’è di che strapparsi i capelli.

Stabilito dunque che qui non è in questione la “violenza” di questo o quello, dato che quella delle bombe al fosforo bianco o all’uranio impoverito è decisamente più biasimevole, anzi schifosa nella sua vigliaccheria, è necessario sottolineare che il mio disaccordo con questo modo di esprimere “dissenso” emerge dalla constatazione del fatto che, in prima istanza, esso è controproducente poiché viene presentato regolarmente come uno sfogo di “violenti”; in seconda istanza, perché tali manifestazioni non sono lo specchio di un sano anelito di un popolo alla sovranità, né – ed è molto peggio – della presa d’atto che agli assatanati (ed è il caso di dirlo) che stanno pervertendo il mondo va opposta, per così dire (poiché non si tratta di “opposizione”), una posizione di tipo tradizionale, in linea cioè coi dettami del Creatore di tutte le cose, Che ci ha informati in maniera chiara su come dovremmo vivere per aspirare alla tanto agognata “felicità”.

Per spiegarmi, svolgerò un’apparente divagazione, il cui spunto mi è stato fornito dal messaggio d’un corrispondente, nel quale, in sintesi, egli adduceva, quale spiegazione “profonda” della situazione nella nuova nazione finita sotto le grinfie delle belve finanziarie, che “gli dei hanno abbandonato la Grecia”.

Ad una mentalità moderna (atea) qual è quella della maggioranza dei “protestatari” ciò può sembrare una “follia”, ma non lo è e mi spiego. “Gli dei hanno abbandonato la Grecia” significa che i greci hanno tradito se stessi, o meglio la missione che gli dei, appunto, avevano assegnato loro. Il discorso può allargarsi a tutte le popolazioni cosiddette “occidentali”, che a partire da questo “tradimento”, preferendo seguire i sussurrii del demonio (i loro “desideri”: de-siderio, è ciò che ci esclude dalle stelle), hanno costruito prima il loro illusorio “benessere” ed ora se lo vedono togliere, pertanto non ci stanno e “protestano”. Ma per caso i loro “dei” avevano promesso il “benessere” oppure avevano promesso la “vita eterna” se si fossero attenuti alle leggi da Essi elargite loro misericordiosamente?

Gli uomini (e qui il discorso travalica i confini greci) hanno scelto il “basso mondo”, il “patto col diavolo” per impadronirsi (illusoriamente) della tecnica; hanno preferito l’accumulo di beni materiali… ed ora ecco la mazzata che li/ci attende! Ma a chi non concepisce altra via d’uscita che la “politica” (quando va bene, ma si è visto che non è neppure permesso farla!) o i “diritti”, non resta che “protestare”, e poiché non si trova più il bandolo della matassa, che non sta in qualche ideologia né in qualche “originale” (non nel senso dell’Origine!) “pensiero” o “nuova sintesi”, non rimane che darsi alla “guerriglia urbana”.

Se, invece, il problema centrale è (come credo) che gli “dei” hanno davvero abbandonato la Grecia, la soluzione, in situazioni simili, sta nell’orientarsi letteralmente di nuovo verso costoro. Ma come, si dirà, verso Giove, Poseidone, Apollo eccetera? No, perché quelli, con quella precisa connotazione, sono effettivamente “morti”… Non hanno più una “potenza” perché la Tradizione ellenica non può più vantare una catena ininterrotta di maestri. Quindi i greci, e noi con loro, sono senza speranza? No di certo!

Gli “dei” sono in fondo sempre gli stessi, da sempre, e solo una lettura dettata da disinformazione e ostilità preconcette può far ignorare che anche nell’Islam, che viene definito per comodità “monoteista”, vi sono gli “dei”, tant’è che “Allâhumma“, invocato in determinate preghiere, gli corrisponde, essendo la sommatoria degli attributi divini, che altro non sono che le “divinità”. Il “divino” che l’uomo, impegnato in un percorso di “ritorno all’Origine” (al-jihâd fî sabîli Llâh), potrà esperire già in questo mondo sviluppando in sé quelle qualità divine, i Bellissimi nomi di Dio che l’Islam enumera in 99 (il centesimo è il “nome supremo”,  inesprimibile), per realizzare “l’Uomo universale” (al-insân al-kâmil). La differenza è questa: la “tradizioni morte” non dispongono più di Maestri “realizzati”, ma solo di “cultori di esoterismi”…

Non esistono affatto differenze sostanziali tra “spirito indoeuropeo” e “spirito semitico” (tutte fandonie elaborate nell’Ottocento da interessati “studiosi” per inculcare insanabili “dicotomie”), tra “monoteismi” e “politeismi”… anzi, questi ultimi non sono mai esistiti! Si chieda ad un indù per credere… Solo che l’uomo dei tempi ultimi – particolarmente incline alla “dispersione nella molteplicità” –  ha bisogno provvidenzialmente di una particolare insistenza (specie nel dominio “essoterico”) sul “monoteismo”… Sull’unicità e unità del Principio, perché il disconoscimento di ciò porta a tutti gli altri disastri, esistenziali, sociali ecc. Altro che la “felicità” sbandierata persino nella Costituzione degli Stati Uniti!

Pertanto, anziché pensare a “manifestare”, in situazioni gravi come le presenti dovrebbe ergersi il più “devoto”, il più “puro” di un popolo, a dire le cose come stanno e a farsi seguire dalla sua gente. Ma da questo punto di vista tutto tace. E tace anche nel mondo islamico, dove sta andando tutto a scatafascio mentre nessun “sapiente” parla con chiarezza e agisce di conseguenza. E non lo fanno perché – sebbene vi siano da quelle parti delle vere ‘enciclopedie viventi’ – non hanno evidentemente consuetudine col “vivere secondo verità”. Si pensi che in Egitto stanno ancora addirittura chiedendosi quando si faranno le “elezioni”! Quando invece dovrebbero prendersi come capo il più “retto” tra i loro correligionari/connazionali!

Tutto ciò è davvero significativo, a maggior ragione perché le “proteste”, sia in Europa che nel mondo arabo-islamico non presentano la benché minima figura di “capo”. Forse credono i “protestatari” di non averne bisogno? Che si tratti di una “spontanea sollevazione democratica”?

Nell’Islam si dice che “chi non ha un maestro, Satana è il suo maestro”. Che dire di “movimenti” e “proteste” senza un capo? Di “ribelli” che non ne vogliono sapere delle leggi che il Signore ha donato all’umanità affinché realizzi davvero la felicità in questo mondo e nell’altro?

Fa certo riflettere che, nella tradizione islamica, Satana, macchiatosi del peccato d’orgoglio rivoltandosi contro il suo Signore,  sia il capo dei “ribelli”… Egli ci mette sistematicamente alla prova, sviandoci dalla retta via, e rimpolpando così i ranghi di coloro che sono indotti a “ribellarsi” per farli fallire dal loro imprescindibile scopo, che è quello d’incontrare il loro Signore. Il “mondo moderno” ha invece fatto della “ribellione” quasi una ragion d’essere, tant’è che l’uomo, sin da bambino, viene illuso – ad ogni fase della vita – di essere “anticonformista”, “ribelle”… a che cosa, poi? E tutti questi singoli “anticonformismi” confluiscono in un unico enorme  conformismo… che non è certo la conformità alle leggi di Allâh!

L’uomo, nella concezione islamica (che è poi la stessa di tutte le tradizioni ortodosse…), è un “servitore” (‘abd) che deve solamente servire fedelmente il suo Signore: così come solo il “fedele servitore” viene “liberato” dal suo padrone, così solo il “realizzato”, “l’uomo universale” è “mawlâ”, “liberto”… E non a caso i Maestri nell’Islam son chiamati “mawlâ”, tradotto spesso con “signore”, “padrone”, ma che significa anche “schiavo liberato”: perché hanno ‘risolto’ la loro condizione di servitudine dopo averla esperita per intero, perciò sono d’esempio e guida per gli altri che vi sono ancora immersi.

Il che non significa che a loro modo anche i Maestri non siano stati dei ‘ribelli’. Ma non come oggi s’intende, bensì, ciascuno nella propria epoca, per rivendicare, contro l’empietà dei corruttori sulla terra, gli unici “diritti” che l’uomo può sensatamente ‘rivendicare’ per assicurarsi la felicità: i “diritti di Allâh” (huqûq Allâh). Il che getta una luce sinistra sui “diritti” anelati da una massa desiderante e belante che s’espande a macchia d’olio sul pianeta…

Senza una guida salda ci s’illude di perseguire il “bene” e si combinano solo disastri, per se stessi e il mondo in cui si vive: se la via dell’Inferno è lastricata di “buone intenzioni”, certamente tra queste non mancano le odierne “ribellioni” e “proteste” senza guida né riferimenti saldi e sicuri.