L’attacco alla Libia e il diritto internazionale

Curtis Doebbler

“Al Ahram Weekly”

Il 19 Marzo del 2011 alcune nazioni occidentali hanno dato inizio al terzo conflitto armato internazionale contro un paese musulmano nell’ultima decade. Si sono dannate per affermare che l’uso della forza contro la Libia era legale, ma un’applicazione del diritto internazionale riguardo ai fatti indica che in realtà l’uso della forza è illegale.

Questo breve commento valuta l’utilizzo della forza contro la Libia, iniziando dalla Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che presumibilmente lo autorizza e l’eventuale attacco contro il popolo della Libia.

I FATTI: A differenza delle manifestazioni non violente in Egitto, Tunisia, Bahrain, Yemen ed altrove nel mondo arabo, le manifestazioni iniziate in Libia il 17 di Febbraio sono degenerate in pochi giorni in una guerra civile. Entrambe le parti avevano tank, cacciabombardieri, armi antiaeree e artiglieria pesante. Le forze governative consistevano principalmente di militari addestrati, mentre l’opposizione armata consisteva di soldati disertori e numerosi civili che avevano preso le armi.

Il livello della forza a disposizione di ognuna delle parti è indicato dai fatti che sarebbero avvenuti sabato 19 Marzo, in cui sia un aereo da combattimento governativo sia uno dell’opposizione sarebbero stati abbattuti vicino Bengasi. Nella misura in cui la guerra civile aumentava di intensità, la comunità internazionale ha considerato di agire in appoggio all’opposizione armata. Il 17 Marzo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la Risoluzione 1973. E in 42 ore è iniziato un attacco contro le truppe del governo libico diretto, secondo il ministro della Difesa britannico William Hague, a uccidere il presidente libico.

Attorno alle 12 dell’ora locale a Washington, DC, sabato 19 Marzo, cacciabombardieri francesi hanno lanciato attacchi contro obiettivi descritti come tank e sistemi di difesa aerea. Alcune ore dopo, le navi da guerra statunitensi hanno iniziato a lanciare missili cruise contro obiettivi libici.

Sebbene paesi arabi e musulmani si erano aggiunti alla coalizione contro il loro vicino arabo e musulmano, nessuno di essi ha partecipato realmente ai bombardamenti mediante l’invio di aerei. Immediatamente dopo l’inizio degli attacchi aerei, Russia, Cina e il segretario generale della Lega Araba, l’egiziano Amr Moussa, hanno condannato la perdita di vite civili causata dai bombardamenti.

Malgrado le smentite dell’intenzione di colpire la guida libica, sono stati attaccati le residenze ed i complessi utilizzati dal colonnello Muamar Gheddafi. Dopo il primo giorno di bombardamenti diverse decine di civili, inclusi donne e bambini, sono stati uccisi.

Gli attacchi hanno avuto luogo dopo l’adozione della Risoluzione 1973 da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Come risposta a questa risoluzione il governo libico ha dichiarato ufficialmente un cessate il fuoco nella guerra civile che conduceva contro i ribelli armati con base a Bengasi. La Libia ha annunciato inoltre di aver chiuso il proprio spazio aereo. I dirigenti occidentali hanno reagito davanti a queste azioni del governo libico affermando che non era possibile credervi e argomentando che i combattimenti continuavano. Fonti libiche confermavano infatti che la guerra civile continuava ed entrambe le parti continuavano ad attaccarsi reciprocamente.

LA RISOLUZIONE 1973 DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU: La Risoluzione 1973 è stata adottata secondo il Capitolo VII della Carta dell’ONU con 10 voti a favore, nessuno contrario e cinque astensioni. A favore hanno votato i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza: USA, Gran Bretagna, Francia e i membri non permanenti Bosnia Erzegovina, Colombia, Gabon, Libano, Nigeria, Portogallo e Sudafrica. Astenuti i membri permanenti Russia e Cina e i membri non permanenti Germania, Brasile e India.

La risoluzione è stata adottata giovedì 17 Marzo, alle 18.30 ora locale a New York. L’ambasciatrice USA Susan Rice l’ha descritta come un rafforzamento delle sanzioni e della proibizione dei viaggi imposta prima della Risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza. E’ stata promossa dai governi di Francia e Regno Uniti, ma con una forte presenza degli USA, i quali hanno tirato le fila da dietro.

Nella riunione del Consiglio di Sicurezza era presente il nuovo ministro degli Esteri francese Alain Juppé. Sebbene come ex primo ministro non fosse nuovo all’ONU, era giunto a questa carica solo alcune settimane dopo che il suo predecessore era stato rimpiazzato per aver accettato favori da un imprenditore libico, e solo alcuni giorni dopo che il suo governo era diventato il primo governo occidentale ad aver riconosciuto le forze combattenti contro il governo nella guerra civile libica come legittimi rappresentanti del popolo libico.

Il governo libico non ha avuto un proprio rappresentante nella riunione dopo che al suo ambasciatore ufficiale, l’ex presidente dell’Assemblea Generale Ali Abdel-Salam Treki, era stato negato l’ingresso negli Stati Uniti. Comunque, sebbene ufficialmente fosse stato rimosso dal suo incarico più di una settimana prima di esser passato all’opposizione, l’ex rappresentante permanente aggiunto Ibrahim Dabbashi era presente nell’operazione mediatica del Consiglio di Sicurezza del mercoledì per rilasciare una dichiarazione e rispondere alle domande.

La Risoluzione 1973 contiene 29 paragrafi operativi divisi in otto sezioni. La prima sezione esige nel suo primo paragrafo un “cessate il fuoco immediato” e il rispetto del diritto internazionale comprendente “un passaggio rapido e senza impedimenti degli aiuti umanitari”.

Un curioso secondo paragrafo operativo indicava la necessità di “intensificare gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi” e passa a qualificare ciò come una risposta “alle legittime richieste del popolo libico” conducendo a “le riforme politiche necessarie per trovare una soluzione pacifica e sostenibile”. Un linguaggio tanto vago non risponde alla domanda di quali richieste legittime bisognerebbe soddisfare e quali riforme politiche siano necessarie. Legalmente queste richieste appaiono anche un’ingerenza diretta negli affari interni della Libia in violazione dell’Articolo 2 (7) della Carta dell’ONU, che tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza devono rispettare secondo l’Articolo 25 della Carta. Questa discrepanza apparentemente inconciliabile alimenta la speculazione secondo la quale la risoluzione è un altro esempio di politiche che rifiutano il rispetto del diritto internazionale.

I paragrafi 4 e 5 hanno a che vedere con la protezione di civili, e quest’ultimo si concentra sulla responsabilità regionale della Lega Araba.

La parte operativa più ampia della risoluzione è dedicata poi alla creazione di una zona di interdizione al volo (no-fly zone) nei paragrafi 6 fino al 12. L’Articolo 6 crea la zona di interdizione aerea “di tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiriya Araba Libica con il fine di aiutare a proteggere i civili”. Il paragrafo 7 enumera poi le varie eccezioni umanitarie.

E’ il paragrafo 8 quello sul quale si concentrerà forse l’attenzione della maggioranza degli avvocati internazionali, giacché menziona che gli Stati potranno “prendere tutte le misure necessarie per imporre l’attuazione della proibizione di voli”. L’uso del termine “tutte le misure necessarie” apre la porta all’uso della forza. Allo stesso tempo, l’uso della forza è limitato all’imposizione della zona di interdizione aerea e non si estende all’intenzione di uccidere la guida libica o ad appoggiare una parte nel conflitto armato, sebbene il fatto che venga impedito al governo libico l’utilizzo della sua forza aerea favorisce evidentemente l’opposizione armata.

Il paragrafo 8 è inusuale perché sembra che autorizzi l’uso della forza secondo il Capitolo VII senza applicare nessuna delle salvaguardie per l’uso della forza che vengono menzionate nell’Articolo 41. Non vi è nessuna dichiarazione che misure diverse da quelle includenti l’utilizzo della forza siano fallite. Di fatto, la Risoluzione 1973 è stata adottata dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU e l’Unione Africana avevano deciso di inviare missioni per contribuire ad una soluzione pacifica, ma prima che qualcuna di queste missioni potesse visitare la Libia. Inoltre, la Risoluzione 1973 è stata adottata dopo che l’offerta di rinuncia e abbandono del paese con la sua famiglia del dirigente libico è stata rifiutata dall’opposizione armata senza lasciare un margine ai negoziati.

I paragrafi dal 13 al 16 richiedono un embargo di armi e “deplorano il continuo flusso di mercenari” verso la Libia. Nel farlo, il paragrafo 13 decide che il paragrafo 11 della Risoluzione 1970 (2011) del Consiglio di Sicurezza debba essere rimpiazzato da un nuovo paragrafo che “autorizza gli Stati Membri ad utilizzare tutte le misure commisurate alle circostanze specifiche per realizzare tali ispezioni”. Questo linguaggio indica nuovamente che si potrà utilizzare la forza contro le imbarcazioni sospettate di trasportare armi alla Libia in violazione dell’embargo.

Nei paragrafi 17 e 18 si richiede che gli Stati neghino l’autorizzazione al decollo, atterraggio e sorvolo a “qualsiasi aeroplano registrato nella Jamahiriya Araba Libica o che sia di proprietà o operi per conto di cittadini o compagnie libiche”. Sebbene dichiari chiaramente che queste misure non riguarderanno i voli umanitari, indubbiamente li complicheranno.

I paragrafi dal 19 al 21 estendono il congelamento dei beni imposto dai paragrafi 17, 19, 20 e 21 della Risoluzione 1970 (2011) del Consiglio di Sicurezza [CSONU] a “tutti i fondi, altri attività finanziarie e risorse economiche” che sono “di proprietà o sono controllati, direttamente o indirettamente, dalle autorità libiche…o da individui o entità che agiscono per loro conto o diretti da esse”. I paragrafi seguenti, 22 e 23, ampliano le restrizioni di viaggi e il congelamento dei beni della Risoluzione 1970 (2011) a tutti gli individui in due annessi. Nel farlo, questi paragrafi impediscono essenzialmente che i membri della famiglia di Muamar Gheddafi escano dalla Libia e li obbligano effettivamente a combattere l’opposizione armata.

Il paragrafo 24 crea un nuovo organismo, una “commissione di esperti”, per assistere il comitato creato nella Risoluzione 1970 del CSONU a “riunire, esaminare e analizzare informazioni di Stati, organismi rilevanti delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali e altre parti interessate all’implementazione delle misure” nella Risoluzione 1970 del CSONU, per “fare raccomandazioni…migliorare l’applicazione delle misure rilevanti”, e “fornire al comitato un rapporto provvisorio sul proprio lavoro non oltre 90 giorni dalla nomina della commissione e, e un rapporto finale del consiglio non più tardi di 30 giorni prima del termine del suo mandato con i suoi risultati e raccomandazioni”.

Il paragrafo 27 dice che tutti gli Stati “inclusa la Jamahiriya Araba Libica, dovranno adottare le misure necessarie per assicurare che non vi siano resclami… in relazione ad ogni contratto o transazione la cui esecuzione sia accertata con ragione dalle misure adottate dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione 1970 (2011), dalla presente risoluzione e dalle risoluzioni connesse.”

Infine, nel penultimo paragrafo 29, il Consiglio “decide di continuare ad occuparsi attivamente della questione”.

PERCEZIONI PUBBLICHE: Da quando la risoluzione ha raggiunto il dominio pubblico, i tabloid e periodici ‘seri’ britannici stavano già chiamando il mondo alla guerra. I francesi avevano già convocato una riunione descritta come di pianificazione per l’uso della forza. E mentre il presidente degli USA rimaneva cautamente ambiguo, altri responsabili statunitensi chiamavano apertamente all’intervento militare in quella che da ora diventava una guerra civile in Libia.

Nella furia emotiva sembra che ci si sia dimenticati del diritto internazionale. Un commentatore della BBC è arrivato a suggerire che l’appoggio politico ad una zona di interdizione aerea da parte della Lega Araba costituisce una giustificazione legale per l’utilizzo della forza. Usi simili di forza in Afghanistan e Iraq, che sono ampiamente considerati come violazioni del diritto internazionale, sembra che non abbiano lasciato una grande impressione nei giornalisti britannici.

Anche altrove pare che i giornalisti abbiano dimenticato il diritto internazionale nelle loro considerazioni sulla Libia, invitando frequentemente all’invasione di un paese sovrano con la forza, malgrado non solo l’Articolo 2 (4) della Carta dell’ONU proibisca un simile uso della forza, ma lo faccia anche il linguaggio della stessa Risoluzione 1973 del CSONU.

Anche gli oppositori all’uso della forza sembrano inconsapevoli del diritto internazionale applicabile. Il parlamentare britannico Jeremy Corbyn, per esempio, ha chiesto alla Camera dei Comuni perché se viene utilizzata la forza contro la Libia per proteggere una parte in una guerra civile, non la usiamo in Bahrain dove decine di manifestanti disarmati sono stati uccisi per mano delle forze nazionali e straniere, o in Yemen dove circa 50 manifestanti pacifici sono stati massacrati da cecchini dell’esercito. Questa domanda almeno sembra comprendere il fatto che il diritto internazionale, per avere un valore reale nelle relazioni internazionali, deve essere applicato nelle situazioni simili in maniera simile. La mancata applicazione della legge in modo coerente nuoce gravemente al diritto ed alle sue restrizioni nell’azione internazionale.

DIRITTO INTERNAZIONALE: Mentre le decisioni rispetto all’uso della forza contro la Libia sembrano essersi basate più su emozioni che su una comprensione del diritto rilevante, questo diritto non è irrilevante. Il diritto internazionale continuerà a riflettere le regole generali che gli Stati utilizzano nelle loro relazioni reciproche molto dopo la fine del conflitto armato in Libia. Esso è anche, si può suggerire, cruciale per la pace e la sicurezza in un mondo composto da persone con valori e interessi diversi.

Forse il principio fondamentale del diritto internazionale è che nessuno Stato usi la forza contro un altro Stato. Questo principio è dichiarato espressamente nell’Articolo 2, paragrafo 4, della Carta dell’ONU. Nessuno Stato può violare questo principio del diritto internazionale.

Mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può ordinare l’uso della forza in circostanze eccezionali, secondo l’Articolo 24 (2) della Carta dell’ONU, il Consiglio “agirà in accordo ai Principi e Propositi delle Nazioni Unite”. Questo significa, per lo meno, che le opzioni per autorizzare l’uso della forza sono estremamente limitate se i mezzi pacifici di soluzione delle dispute continuano ad essere possibili. Nel caso attuale, sembra che il Consiglio di Sicurezza si sia affrettato ad utilizzare la forza.

Strette eccezioni al divieto dell’uso della forza si trovano nell’Articolo 51 e nel Capitolo VII della Carta dell’ONU. Le ultime disposizioni, specialmente nell’Articolo 42, permettono al Consiglio di Sicurezza di intraprendere un’azione che “può essere necessaria per mantenere o restaurare la pace e la sicurezza internazionale”. Le risoluzioni 1970 e 1973 affermano che saranno entrambe adottate secondo il Capitolo VII. Né l’una né l’altra, comunque, possiedono i requisiti dell’Articolo 42 che si sia giunti alla determinazione che siano fallite le “misure che non prevedano l’uso della forza”.

E’ difficile vedere come si possa giungere ad una determinazione simile in una guerra civile. Sembra che ci si debba quanto meno basare su una missione di indagine sul terreno. Tuttavia in Libia non si sono recate missioni di indagine del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza. Mentre vi sono pochi dubbi che i governi occidentali, come quello degli Stati Uniti, possiedano importanti capacità per determinare quello che accade in Libia mediante metodi di vigilanza a distanza, questo non presenta sufficienti prove riguardo al rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza da parte del governo della Libia. Solo osservatori sul terreno possono capirlo, come abbiamo visto nella disinformazione diffusa sulle azioni dell’Iraq basate su terze parti e fonti di vigilanza distanti.

Inoltre, l’evidenza del rispetto da parte della Libia riguarda tutte e due le parti in causa. La Libia ha annunciato quasi immediatamente che avrebbe rispettato i termini della Risoluzione 1973 del CSONU dopo che questa è stata adottata. Comunque, in una dimostrazione senza precedenti di intolleranza diplomatica, e senza conferma dei fatti sul terreno, i dirigenti occidentali hanno qualificato come bugiarda la guida libica.

La Libia ha offerto inoltre di accettare monitoraggi internazionali, ed è arrivata anche ad estendere l’invito affinché visitassero il paese. E in una concessione straordinaria, la guida libica aveva inviato un messaggio all’opposizione armata, quando questa aveva il sopravvento e si avvicinava a Tripoli, nella qualle si diceva pronto a rinunciare al potere e adabbandonare il paese. Fu solo dopo che questa offerta venne respinta e che i dirigenti dell’opposizione dichiararono che non era negoziabile la cattura ed uccisione della guida libica, che le truppe governative lanciarono la loro offensiva.

Se il diritto internazionale permette che gli Stati utilizzino la forza in circostanze molto limitate, esistono ancora meno circostanze nelle quali è permesso ad attori non statali di utilizzare la forza. Una di queste circostanze è quando si eserciti il diritto all’autodeterminazione contro una potenza occupante straniera e oppressiva. Questo può dare diritto agli iracheni o afgani ad usare la forza contro eserciti occupanti, ma non fornisce al popolo libico il diritto di utilizzare la forza contro il proprio governo.

Anche il diritto extragiudiziario della rivoluzione, la cui esistenza molti avvocati internazionali ammettono quando i limiti della legge vengono raggiunti, non è stato eccezionalmente invocato per i ribelli libici. Mentre la partecipazione al governo della Libia poteva essere un problema diffuso, il paese aveva il maggiore reddito pro-capite in Africa e uno dei migliori indicati negli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Inoltre la Libia ha dimostrato nel passato di rispettare il diritto internazionale, applicando le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia nel conflitto con il Ciad e anche consegnando sospetti per i quali vi erano prove discutibili per il loro processo all’estero nell’affare Lockerbie.

Infine, il tema dell’autodifesa è rilevante nell’uso della forza contro la Libia. Piuttosto che giustificare l’attacco occidentale contro la Libia, sembra giustificare un’azione [eventualmente] intrapresa dalla Libia contro interessi occidentali. In altre parole, poiché la Libia è stata oggetto di un attacco armato che è probabilmente illegale secondo il diritto internazionale, ha diritto a difendersi. Questo diritto include la realizzazione di attacchi contro installazioni militari o personale di qualsiasi paese coinvolto nell’attacco. In altre parole, l’attacco contro la Libia di Francia e Stati Uniti rende le installazioni militari e il personale di questo paesi obiettivi legittimi di attacchi realizzati dalla Libia in qualità di autodifesa.

Senza tenere in conto la legalità dell’uso della forza di nessuna parte nel conflitto armato, il diritto umanitario internazionale e le leggi della guerra continueranno ad essere applicati. Secondo questo diritto, tutti gli Stati coinvolti in un conflitto armato devono essere attenti a non attaccare civili. Le autorità libiche hanno affermato di rispettare questa restrizione nella guerra civile, sebbene i ribelli abbiano rifiutato questa affermazione. Il diritto umanitario internazionale esige che nessuna forza militare si rivolga contro civili o installazioni civili in Libia.

Similmente anche il diritto internazionale dei diritti umani rimane vigente, rendendo l’attacco a civili soggetto a restrizioni dell’uso della forza emananti dagli obblighi internazionali dei diritti umani esistenti. Se l’utilizzo della forza contro la Libia è illegale, come affermato precedentemente, il criterio per determinare se si sta utilizzando forza sproporzionata è applicabile in tempi di pace. E’ questo il caso perché nessuno Stato coinvolto nell’uso della forza in Libia ha annunciato la deroga dei suoi obblighi dei diritti umani e perché sarebbe contrario all’oggetto e proposito di tutti i trattati esistenti di diritti umani che sia permesso agli Stati che semplicemente li derogano nell’iniziare un conflitto armato in violazione del diritto internazionale.

L’uso della forza in maniera contraria al diritto internazionale esistente è forse a lungo termine il più grande danno all’umanità. Nel Patto di Parigi del 1928 e di nuovo nella Carta dell’ONU del 1945, gli Stati concordarono di non utilizzare la forza gli uni contro gli altri per raggiungere gli obiettivi della loro politica estera. Il mondo occidentale è apparso sfidare ripetutamente questo accordo negli ultimi 10 anni, specialmente vista la propria disposizione a intraprendere azioni militari contro Stati a maggioranza musulmana. Nel farlo ha inviato un segnale innegabile alla comunità internazionale attraverso le proprie azioni, e malgrado alcune delle sue affermazioni, ovvero che il diritto internazionale non ha per esso alcuna importanza. Se questo messaggio non trova risposta dai propugnatori del diritto internazionale, allora i passi in avanti che sono stati compiuti per assicurare che la comunità internazionale rispetti l’autorità della legge potrebbero essere annullati dalle future generazioni.

 

L’autore è un prominente avvocato internazionale statunitense di diritti umani.

 

© Copyright Al-Ahram Weekly. All rights reserved

Fonte: http://weekly.ahram.org.eg/2011/1040/re111.htm

Advertisements

L’americanizzazione che avanza: il “patriottismo senza patria” e la militarizzazione dell’immaginario

di Enrico Galoppini

Quando ho sentito per la prima volta, l’anno scorso, che le istituzioni stavano organizzando i “150 anni dell’Unità d’Italia”, di prim’acchito ho pensato si trattasse del consueto gorgo in cui far sparire, un bel po’ di soldi pubblici, alla faccia della “crisi”, con l’abituale condimento di retorica insulsa; ma quando quest’anno è scattata l’aggressione militare alla Libia, e Roma, malgrado il Trattato di amicizia e collaborazione con Tripoli (ostentato come un fiore all’occhiello fino al giorno prima), ha subitamente aderito, mi si è chiarito il perché di tanta enfasi su questa “ricorrenza patriottica”…

Siamo in guerra ma non lo si può ammettere, questa è la verità. Siamo in guerra al fianco dell’America e dell’Occidente (non mi stancherò mai di ripetere che si tratta di sinonimi, per indicare la civiltà dell’ateismo e del “regno della quantità”). Ma come ci siamo scivolati in questa situazione che solo vent’anni fa sarebbe stata impresentabile?

La musica è cambiata un po’ per volta, a partire dalla prima Guerra del Golfo (1991): l’Italia che “ripudia la guerra” (art. 11 della Costituzione) è ormai un pallido ricordo, poiché di fatto oggi la sua “classe dirigente” non fa nulla per evitare di finirvi dentro, né di fiancheggiarla o di giustificarla, se a volerla sono i “nostri alleati” (altrimenti è “condanna senza se e senza ma”: mi pare di sentirlo un Frattini che condanna uno “Stato canaglia”!). Abbiamo poi assistito in tutti questi anni post-Urss ad un progressivo protagonismo militare del nostro Paese, dalla partecipazione allo sbarco in Somalia con tanto di riprese in diretta all’ignobile attacco all’ex Jugoslavia, fino alle decine di costosissime “missioni di pace”, dal Libano (dove peraltro c’eravamo già stati nei primi anni Ottanta, ma con altre motivazioni perché non eravamo così impelagati con Nato & soci) all’Iraq, all’Afghanistan, dove – colmo della mistificazione – manderemmo i nostri “scarponi” a far da “sentinelle della democrazia” e della “ricostruzione” (dopo che gli “alleati” hanno volutamente ridotto quella terra a un cumulo di rovine!) .

Per carità, non sono così fesso da pensare che ogni volta l’Italia partecipi entusiasticamente (siamo o non siamo una colonia americana? ad ogni ordine bisogna battere i tacchi! e chi non lo fa è morto); o che nelle recondite pieghe di qualche tentennamento o attacco ai nostri contingenti (v. la famosa “strage di Nassiriyya”) non si nascondano chissà quali “pugnalate alle spalle” da parte di quelli che la propaganda presenta invariabilmente come “amici”. Non sono neppure così ingenuo da ritenere che alla fine un qualche vantaggio, talvolta, vi sia più nello “starci dentro” che nel “rimanere fuori”… Ma con questa giravolta libica – l’ennesima della nostra disonorevole storia nazionale – si rende davvero un’impresa disperata presentare la cosa in termini di “interesse nazionale”.

Infatti non avevamo alcun interesse ad associarci a quest’ennesimo odioso crimine, di cui siamo ragguagliati ancor meno di quanto ci illusero di sapere in occasione delle precedenti “guerre democratiche” degli ultimi vent’anni. Siamo passati da Peter Arnett della CNN e la guerra tipo videogioco sul cielo di Baghdad alla sparizione pura e semplice di ogni notizia, tant’è che la Libia è passata in secondo o terzo piano, messa dopo le trite scaramucce centro-destra e centro-sinistra, le notizie relative ai disastri meteorologici e il periodico caso di cronaca nera sul quale i notiziari indugiano morbosamente con ogni dovizia di particolari sempre più scabrosi e inquietanti. Dell’aggressione alla Libia ci fanno vedere solo e sempre la solita scena dei “ribelli” che al “ciak si gira” dell’operatore televisivo si mettono a sparare a vanvera in aperta campagna… tanto le pallottole le paghiamo noi!

Stavolta hanno deciso che è decisamente meglio non parlarne proprio, così sembrerà che il problema non sussiste. Ed il risultato è assicurato perché la gente, in giro, non alcuna cognizione del fatto che a pochi chilometri noi anche i “nostri ragazzi” sganciano bombe addosso a persone che non ci hanno fatto alcun male, né avevano minacciato di farcene.

La vergogna è troppo grossa per andare in giro orgogliosi di questo ‘capolavoro’. E cosa di meglio, per velare questo scempio, della retorica patriottica per i “150 anni dell’Unità d’Italia”? Ecco che ogni occasione è buona per propinarci l’eroismo dei “nostri ragazzi” e l’efficienza delle nostre Forze Armate, coi balconi di alcune città-simbolo della pretestuosa ricorrenza – Torino su tutte – addobbati fino all’inverosimile col tricolore, come neppure s’era visto per la vittoria ai mondiali di calcio!

Ma basta pensare all’Italia e agli italiani di oggi, sempre più abbrutiti e istupiditi, per realizzare la dimensione della presa in giro in corso, che consiste nell’infondere loro un “patriottismo senza patria”, esattamente come quello dell’America. Il “patriottismo americano” è quello della tipica villetta col barbecue e la bandiera issata, che infatti ora possiamo ammirare anche qua: un senso d’appartenenza non ad una terra e ad una stirpe, ma ad una “idea” e a un “sistema di valori” globale inoculato dalle centrali della globalizzazione e del mondialismo che puntano all’instaurazione del “Regno della quantità”. L’America non è, infatti, una “terra degli avi” (quelli, poveretti, sono stati sterminati!), ma un’ideocrazia, la ‘terra promessa’ in cui realizzare il “mondo perfetto” della “democrazia”, della “libertà” e dei “diritti umani”. Dell’uomo “troppo umano” che non guarda più al Cielo, ma solo alla sua trippa e al suo delirante mondo psichico che lui chiama “le mie idee”… Si tratta in definitiva, dell’uomo ridotto alle sue mere facoltà animali, degradato dalla sua funzione di “vicario di Allah sulla terra” a quella di tubo digerente che con un “hot dog” in una mano e la bandiera nell’altra pensa di aver raggiunto il più elevato grado di felicità!

Finché gli italiani si percepivano come stirpe, e l’Italia era la “loro terra”, il tricolore (che ha pure le sue origini giacobine e massoniche, ma di necessità si può far virtù!) era letteralmente un tabù, patrimonio solo dei “fascisti” o quasi. Si cominciò ad aver il ‘coraggio’ di esporlo solo se affiancato alla bandiera dell’Unione Europea (che continua ad avere il medesimo numero simbolico di stelle malgrado aumentino gli Stati!), operando per tal via una sorta di ‘esorcismo’ al fine di renderlo sostanzialmente innocuo. Con questa nuova concezione della bandiera nazionale non si rischiavano più “derive nazionaliste”: la si sventola come una sorta di “bandiera della democrazia”… ed il cerchio si chiude, perché bandiera ideologica era e bandiera ideologica è tornata ad essere dopo qualche ‘incidente di percorso’, il più grave dei quali è stato il Fascismo, se lo intendiamo come l’anelito di un popolo-nazione ad essere “portatore di civiltà” (che poi ciò sia corrisposto o meno alla realtà è un’altra cosa, ma l’importante è rilevare l’anelito, il tentativo messo in atto). La questione-bandiera, per quanto riguarda l’Italia e le altre nazioni “occidentali” oggi sta così: “Adesso potete usare la vostra bandiera a piacimento perché come nazione libera, sovrana e indipendente non esistete più!”.

Non vogliamo apparire dei Bastiancontrario per partito preso: quello ostentato per i “150 anni” è un patriottismo senza senso perché senza patria, ridotta a prateria dove scorrono branchi di sciacalli… a “terra di nessuno” preda di lupi travestiti da agnelli: avete mai sentito uno che conta che non dice di volere “il bene dell’Italia”? A quest’ora, con questo esercito di ‘benintenzionati’ l’Italia dovrebbe essere il Paese di Cuccagna! Tutto va a scatafascio, la patria è svenduta, l’onore e la dignità persi… e che s’inventano? Un’orgia di celebrazioni tutto fumo e niente arrosto, da massa amorfa quali gli italiani stanno diventando, senza un barlume d’approfondimento e di riflessione (Mazzini, Pisacane… chi sono costoro?), con un ventennio della nostra storia addirittura espunto dai “150 anni” come “parentesi negativa della storia d’Italia” (potrebbero allora festeggiare i “130 anni”, no?).

Quello che interessa ai nostri dominanti, con tutta evidenza, è formare una nuova “coscienza nazionale” che non crei problemi ai fautori della globalizzazione e del mondialismo, perciò questo nuovo sentimento “patriottico” deve scaturire da persone che, mentre si vergognano per quello che sono stati i loro nonni nell’unico ventennio in cui almeno è stato tentato di “pensare in grande”, vanno fieri per i “nostri ragazzi” in giro per il mondo ad “esportare la democrazia” e a crepare per la cupidigia di vampiri assetati di sangue umano.

Per fomentare questo nuovo orgoglio patriottico in una patria che da “terra degli avi” viene ridotta a “occasione di lavoro” per gente fatta arrivare da tutto il mondo, e che per giunta andremmo ad “aiutare” a casa loro aggredendola militarmente (!), viene imbastita una serie d’iniziative volte a rendere familiari le Forze Armate: dalla settimana dei Bersaglieri a quella degli Alpini, da quella dei Granatieri di Sardegna a quella dei Carabinieri… mancano solo i Sommozzatori e i Guardaboschi (ma forse me li sono persi); con regolare esposizione, nelle principali piazze, di mezzi militari blindati che i genitori coi loro figli possono toccare ed ammirare, mentre un gazebo distribuisce materiale promozionale che spiega la bontà delle nostre (?) “missioni di pace”! Che cosa vi sia di “pacifico” nell’aggredire la Libia, davvero non lo so…

Come se tutto ciò non bastasse, ci si mettono le “porte aperte” alle caserme, dove le scolaresche (comprese quelle delle elementari!) vengono accompagnate a familiarizzare coi nostri “esportatori di democrazia”. Prima la Play Station forgerà ben bene la mente del bambino/ragazzo, poi, da grande, trovatosi senza lavoro per merito dell’esercito di ‘salvatori della patria’ di cui sopra, ed educato alla visione di quei filmetti a serie che esaltano le virtù dei corpi militari statunitensi, andrà in Afghanistan a mettersi una microcamera sull’elmetto per caricare su YouTube, condite da musica spaccaorecchie, le proprie ‘eroiche gesta’, in un miscuglio indistinguibile e inquietante tra realtà e finzione, in cui il “cattivo”, che prima si disintegrava nei pixel dello schermo, dopo si liquefa in una pozza di sangue davanti ai suoi familiari…

Per di più, oggi si rende evidente che l’eliminazione della leva è stata funzionale a quello che è stato definito il “nuovo modello di difesa”. A fare gli ascari in giro per il mondo non si poteva mandare dei “figli di mamma” impreparati anche a sparare coi fulminanti, ma professionisti del mestiere, anche se a dire il vero non ci risparmiano, ogni qualvolta che uno di loro ci rimette la pelle, lo strazio dei parenti, con dovizie di particolari sulla “moglie incinta” eccetera. Per carità, non sono così insensibile dal non considerare che anche costoro non abbiano affetti, o accecato dall’odio dal ritenere che si tratti dei peggiori “tagliagole” in circolazione; né mi sento – come fanno alcuni fanatici “contro” per partito preso in nome di uno dei vari deliri ideologici – di esultare se un italiano muore in Iraq o Afghanistan… Piuttosto, mi chiedo come si sentono quelli che ce li mandano, che mentre li infarciscono di retorica “patriottica” e “democratica” da quattro soldi, sanno bene come stanno le cose… Ecco, quelli sono i veri delinquenti, che i familiari di turno in lacrime per il congiunto scomparso per primi dovrebbero prendere a calci.

Purtroppo anche questi ragazzi (e ragazze: le “donne soldato” meritano un articolo a parte!), alle prese con una situazione nient’affatto rosea dal punto di vista occupazionale e delle prospettive (si faccia caso che la maggioranza è del sud Italia), come se già non bastasse l’indottrinamento “democratico” (scuola, Play Station, film eccetera) vengono illusi assieme alle loro famiglie sulle sorti magnifiche e progressive di un mondo “libero” di cui si sentono gli “alfieri”… E va ancora bene quando si tratta dell’esercito, dove ancora circolano dei “valori”, ché anche qua in Italia – come saltò fuori anni fa in Iraq – sta prendendo piede la moda dei “contractors”, ovvero dei mercenari strapagati disposti a tutto, tipo quelli della tristemente nota Blackwater.

Il militare italiano moderno, perciò, va assomigliando sempre più a quello americano: carne da macello adescata nei modi più subdoli e ingannevoli. Non colui che nobilmente difende la patria, sul limes (come facevano gli Alpini quando avevano un senso), dalle possibili invasioni straniere, bensì un soldato (da “soldo”) mandato di qua e di là, da Timor Est ai Balcani, dal Libano all’Afghanistan, a combattere in nome di altisonanti “ideali”, ma in realtà sfruttato ad esclusivo beneficio dei vampiri senza patria dell’usura mondiale e degli adepti del “Regno della quantità”.

La progressiva americanizzazione ed occidentalizzazione della nostra Patria passa dunque anche per questa trasformazione delle Forze Armate: da “nazione in armi” in caso di estremo ma logico bisogno, a onnipresente e pervasiva realtà di un’Italia costretta sempre più nella camicia di forza di un ideologico “patriottismo senza patria”.

Le mani degli Stati Uniti nel massacro del popolo yemenita

Il Generale David Petraeus, Comandante delle forze armate USA in Afghanistan, ha avuto un ruolo centrale nell’accordo che ha portato gli Stati Uniti ad addestrare le forze speciali yemenite, quelle stesse forze che nelle ultime settimane hanno commesso numerose stragi di civili che manifestavano pacificamente contro il governo.

Il quotidiano inglese “Guardian”, nell’edizione di venerdì 18 marzo, citando alcuni documenti di “WikiLeaks”, rivela che il Generale Petraeus, in un incontro avvenuto nella capitale yemenita nell’agosto del 2009, stipulò un accordo con il dittatore Ali Abdullah Saleh e alti responsabili del suo esercito per aumentare la cooperazione e l’addestramento delle forze di sicurezza dello Yemen da parte di istruttori ed agenti statunitensi. Petraues facilitò anche la fornitura al governo dittatoriale di Sana’a di 25 M-113 da parte della Giordania.

Il generale statunitense inviò quindi il capo del comando delle operazioni speciali dell’esercito USA a Sana’a per discutere i dettagli della cooperazione e dell’addestramento.

Il dittatore Saleh, il Comandante delle Forze Aeree Muhammad Saleh al-Ahmar e il comandante della Guardia Repubblicana Ahmed Ali Abdullah Saleh risposero tutti positivamente alla proposta di Petraeus di inviare le forze speciali yemenite presso il centro di addestramento “Operazioni Speciali Re Abdullah” ad Amman e il centro “Al-Dhafra” negli Emirati Arabi Uniti.

Venerdì scorso le forze di sicurezza yemenite addestrate dagli Stati Uniti hanno ucciso 52 civili che a Sanaa, in Piazza dell’Università, manifestavano contro il dittatore Saleh.

(Fenice Europea)

Caro Ban ki-moon, non siamo sulla “stessa barca”

di Enrico Galoppini

“Per favore mantenete le frontiere aperte a qualsiasi rifugiato, e per favore proteggete i loro diritti umani”. D’acchito, leggendo queste parole, uno potrebbe pensare che si tratta d’un accorato appello del Papa o di qualche prelato, di un “no global” o di un esponente dell’associazionismo “di sinistra”… E invece no, è una citazione dall’intervento del segretario dell’Onu Ban ki-moon durante un convegno, tenutosi a Roma alcuni giorni fa, sul tema della “città interetnica”[1].

Queste parole, nella loro immancabile vaghezza (che permette di astrarre dal contesto), suonano in effetti incredibili, pronunciate da un signore sud coreano[2] che dovrebbe sapere a menadito come mai arrivano in Italia così tanti “profughi” al giorno, visto che tre delle stesse potenze che dettano legge all’Onu, e che perciò gli garantiscono lo stipendio, sono le protagoniste dell’aggressione alla Libia. Aggressione coperta dalle solite motivazioni “umanitarie” già viste nella ex Jugoslavia, e che, almeno ufficialmente, volendo credere ad un rapporto di causa-effetto, sarebbe all’origine del continuo afflusso di “profughi” in Italia.

Diciamo “ufficialmente”, perché a rigor di logica ci si attenderebbe l’arrivo di “profughi” libici. Ma qua per la razionalità non vi è più posto, così per dare la misura dell’assurdità di quanto proferito da Ban ki-mon e di quel che ci vogliono far digerire, riportiamo un’altra citazione dal suo discorso: “Non solo l’Italia, ma anche paesi come Tunisia ed Egitto”… Ora, chiunque sa che questi “profughi” in arrivo a Lampedusa sono soprattutto tunisini, pertanto come faccia la Tunisia ad “accogliere” i tunisini stessi resta un mistero non meno insolubile di quello delle origini dell’universo[3].

Citiamo ancora dall’Ansa: “L’Italia è stata eletta membro del consiglio dei diritti umani dell’Onu ed è firmataria di numerose convenzioni sui diritti umani”. Ed è proprio questo il problema, perché mi risulta che gli Stati Uniti e il loro alleato Israele non abbiano mai firmato alcuna “convenzione” – non con-venendo affatto con gli altri -, né quella sulle armi nucleari, né quella sulla tortura ed il rispetto dei prigionieri; né riconoscono il Tribunale Penale Internazionale che di volta in volta, in ‘stile Norimberga’, mette alla gogna il ‘cattivo’ (sconfitto) di turno[4]. Insomma, una griglia fittissima, di obblighi, convenzioni, accordi (si fa per dire) stabiliti grazie a cessioni progressive di sovranità nazionale per le quali i nostri rappresentanti (?) non hanno mai ricevuto dal “popolo sovrano” (?) alcuna delega, e tutti ammantati da strati di retorica sui “diritti umani”, appositamente architettati per noialtri fessi tranne che per le vere “nazioni elette” del pianeta ed i loro dirigenti, che possono tranquillamente farsi un baffo dei vari “tribunali” che configurano una tirannia di tipo giudiziario[5].

Citiamo ancora il segretario dell’Onu perché davvero merita la ribalta: “Apprezziamo, nonostante le difficoltà, ciò che sta facendo il governo italiano per proteggere i diritti umani e dare assistenza a tante persone”.  Cosa siano questi “diritti umani”, se non sono quelli ad una casa senza svenarsi con mutui e prestiti presso enti privati usurai; ad un lavoro stabile, in sicurezza e retribuito in modo da garantire una vita dignitosa ad una famiglia quand’anche volesse mantenere la moglie a casa ad accudire i figli; ad un’istruzione gratuita o alla portata di tutti, i cui contenuti incoraggino l’elevazione spirituale e morale della persona; alla possibilità di ricevere cure professionali, a costi calmierati, preferibilmente secondo una medicina che consideri l’essere umano un tutto in armonia col cosmo e non una sorta di macchina da riparare coi ‘pezzi di ricambio’; cosa siano davvero, visto che nella retorica e negli intendimenti occidentali non corrispondono a tutto ciò, è davvero arduo stabilirlo.

Per di più, nell’essenziale, questi quattro diritti summenzionati sono garantiti – come già rilevato in passato[6] – proprio negli “Stati canaglia”, quelli che a turno vengono messi sotto pressione, embargati e aggrediti dall’Occidente. Ma si fa finta di non saperlo, raccontandosi che in tutto il pianeta i “diritti” per antonomasia sono quelli di “dire la propria” (compreso l’insulso “diritto di voto” a beneficio di candidati che una volta eletti non vedrai più al mercato a racimolare simpatia) e di sbandierare oltre i limiti della decenza e dello scandalo – sì, dello scandalo, termine quanto mai desueto – i propri “gusti sessuali”: per questo le campagne dirittumanofile vertono perlopiù sui “blogger” e i “gay”, – senza dimenticare “le donne” , “oppresse” per definizione! –  che verrebbero vessati dalla Cina alla Russia, dalla Siria all’Iran eccetera[7]. Poi, se dopo l’aggressione – preparata mediaticamente grazie al lavorio di questi paladini dei “diritti umani”, quando non si tratti di agenti camuffati, o tutt’e due insieme[8] – l’ex “Stato canaglia” diventerà un luogo in cui farsi una casa sarà l’impresa di una vita, sua e dei suoi parenti, avere un lavoro garantito sarà una chimera, formare una famiglia un’impresa ai limiti del temerario, essere curati un autentico miracolo (anche il pronto soccorso vien fatto pagare dove vigono i “diritti umani”!), ricevere un’istruzione per non morire abbrutiti comporterà l’indebitamento dei genitori; bene, tutto ciò non turberà affatto i sonni delle “anime belle”, poiché tale “danno collaterale” verrà ritenuto abbondantemente compensato dai “gay pride” e dal bla bla inconcludente su ogni cosa da parte di personaggi sulfurei ed inconsistenti che credono di poter esprimere la loro idea su ogni cosa perché s’intendono di tutto!

Forse però il signor Ban ki-moon è particolarmente impreparato sull’Italia e le condizioni in cui versa la sua popolazione, altrimenti avrebbe parlato in modo diverso… Gli italiani, a parte quelli con la “pancia piena” e gli altri da essi plagiati che pare si nutrano di “bei discorsi”, non ne possono più di vedersi fregare sistematicamente su tutta la linea, dal lavoro all’asilo, dalla casa popolare agli assegni familiari. Giusto ieri m’è capitato di parlare con un giovane di venticinque anni il quale è praticamente disperato perché anche per distribuire i volantini nelle cassette della posta le agenzie di “lavoro interinale” (v. sfruttatori legalizzati) preferiscono fare contratti (capestro) agli stranieri. Era letteralmente sconvolto, perché giorno dopo giorno scopre che la sua (?) classe dirigente lo sta ingannando, o meglio, sta lì appositamente a fare la guerra a quelli come lui, che sono la maggioranza, mentre i vari politicanti da tre soldi passano il tempo ad ingraziarsi minoranze vanitose, influenti e prepotenti d’ogni tipo, proprio per opprimere la maggioranza “normale”.

In poche parole Ban ki-moon è venuto a dirci che sebbene qua non vi sia più “trippa per gatti”, coi vari istituti di statistica che quotidianamente delineano un’Italia – specie giovanile – al collasso, ci possiamo permettere il lusso di dare “accoglienza” e “assistenza” a tutto il Nord Africa, ovviamente in nome dei “diritti umani”! Chissà com’è che Ban ki-moon non rileva alcuna violazione di questo feticcio della nuova religione mondiale parodistica che riduce tutto all’umano nell’aggressione ad uno Stato che non aveva fatto del male a nessuno! Che cosa pensi poi Ban ki-moon delle invasioni di Afghanistan ed Iraq, o dei bombardamenti israeliani del Libano è meglio non saperlo per non farsi venire direttamente un’ulcera. Siamo in effetti di fronte a personaggi senza scrupoli, che per compiacere i loro padroni farebbero anche bombardare i propri connazionali.

Il segretario generale dell’Onu, ritornando un minimo in sé e riferendosi finalmente ai libici, ha poi ricordato come mezzo milione di persone siano scappate attraverso il confine tunisino “in cerca di un posto più sicuro”. Ma va!? Da quando in qua un posto è sicuro se viene bombardato a tappeto? Ed ha aggiunto, questo distrattone: “Ho chiesto a tutti i leader della regione, ai paesi vicini alla Libia in Africa e ai punti d’entrata dei migranti in Europa, come Italia e Malta, di mantenere i confini aperti”. Non solo faranno questo, ma già in Europa – Italia compresa – si stanno impegnando a creare una sorta di “collocamento” nei Paesi nordafricani per selezionare a monte il “fabbisogno di manodopera”, così si capisce che al di là delle “posizioni antitetiche”, inscenate a beneficio del pubblico di gonzi, tutto questo arrivo di barconi rientra in uno spettacolo che deve innescare una serie di reazioni umorali, in un senso e nell’altro, quando invece si tratta di una sceneggiatura già scritta[9].

Quello che poi letteralmente ignoravo, e che scopro grazie all’ineffabile Ban ki-moon, è che le nostre città, nella neolingua di questi personaggi, fossero diventate degli “hub”[10]: ”Le citta’ sono hub, magneti, centri di azione dove si convive e si collabora” e ”nel 2030 cinque miliardi di persone vivranno nelle grandi città”. Quale tipo di città abbiano in mente Ban ki-moon e i suoi padroni è chiaro sin dal titolo del convegno in Campidoglio, “La Città interetnica”, pertanto prepariamoci ad una catena interminabile di destabilizzazioni, aggressioni e rapine ai danni di mezzo mondo, e non ad un futuro di rapporti pacifici tra i popoli, di equità e d’incoraggiamento, per ciascun popolo, a vivere sulla terra degli avi nel modo che più predilige. Macché, in nome dei “diritti umani” va in scena la seconda puntata del colonialismo, con la differenza, rispetto alla prima, che gli occidentali stavolta non vanno neppure più a “colonizzare” , ma anzi incoraggiano l’afflusso dei colonizzati nei paesi occidentali stessi, col risultato di una “società multietnica globale” senza volto e forma alla quale, successivamente, quando i veri pupari dell’operazione si sentiranno sufficientemente forti, verrà somministrata la religione parodistica invertita, di cui già si scorgono gli elementi costitutivi nei differenti dominî.

Ci sono “molte divisioni – è stata la considerazione finale di Banki-moon, che non ha lesinato le trite rievocazioni sull’Italia paese d’emigrazione – ma vedo una crescente realizzazione che siamo tutti nella stessa barca”. Sì, quella dell’Occidente – e dell’Italia, che ha avuto l’ardire di ospitarlo – che sta affondando giorno dopo giorno! Oppure il suo pensiero oramai atrofizzato e unidirezionale correva ai panfili dei vari paperoni che è aduso frequentare, neppure immaginando che la maggioranza tira la carretta, o meglio la barchetta – per proseguire la metafora nautica – con una fatica sempre più intollerabile… Eh già caro Ban ki-moon e chi ti sta a sentire con le labbra penzoloni: la maggioranza della stessa popolazione italiana si “barcamena” letteralmente, lo sai o non lo sai?

Il gran finale dell’intervento del signore sudcoreano è stato poi tra il tragico e il comico: ”Le Nazioni Unite – ha concluso – sono di per sé una città interetnica. Costruiamo un mondo che sia migliore per tutti”. Un discorso che fa acqua da tutte le parti, come la “barca” del mondo in cui lui e i suoi padroni ci stanno facendo naufragare.

 

 


[1] Ansa.it, 3 giugno 2011

(http://ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2011/06/01/visualizza_new.html_842381355.html).

[2] Si noti come il segretario dell’Onu, un ente mondialista creato – come l’antesignana Società delle nazioni –  per minare la sovranità delle nazioni e dare copertura “legalitaria” ad ogni tipo di soperchieria delle potenze “vincitrici” della Seconda guerra mondiale, venga sempre scelto tra nazionalità che non contano nulla: abbiamo così un egiziano (Butros Ghali), un peruviano (De Cuellar), un ghanese (Annan)… a svolgere servizievolmente il ruolo di commesso viaggiatore delle potenze mondiali.

[3] Ovviamente da un punto di vista scientista moderno, poiché l’Islam ha una spiegazione: “Ero un tesoro nascosto e volli essere conosciuto, pertanto creai la creazione”, riferisce un hadîth qudsî (tradizione profetica in cui Allâh parla per bocca del Suo Inviato), dal che si evince che la creazione (khalq), l’universo (al-‘âlam – “mondo” – della stessa radice di ‘ilm – “sapere”, “scienza”), sono il provvidenziale campo d’indagine offerto da Allâh all’uomo affinché possa ri-conoscere il suo Signore (“Conosci te stesso”…). Di qui – sia detto per inciso – si evince la pervicacia degli “scienziati” moderni, che pur indagando la creazione da un punto di vista esteriore, meccanicistico e quantitativo, non si “meravigliano” affatto di fronte al suo “miracolo” e non ne traggono la necessaria conseguenza che una perfezione simile, la perfezione del Tutto – del visibile e dell’invisibile – non può essere spiegata con i mezzi e i metodi d’indagine “razionale”.

[4] Hanno smesso di additare il presidente sudanese al-Bashir perché ora sono impegnati con Gheddafi, colpevole – ovviamente – di “crimini contro l’umanità”, che è quanto di più vago si possa affermare, poiché se le parole hanno un senso “crimine contro l’umanità” sarebbe anche l’assassinio di un singolo essere umano, mentre costoro si sbizzarriscono allegramente a giocare con termini quali “strage”, “massacro”, “genocidio”: l’uccisione, in tre settimane, di 1.400 palestinesi e il ferimento di altre migliaia da parte di Israele non rientra nelle suddette definizioni, e lo stesso dicasi per l’assalto in acque internazionali alla nave turca di aiuti in rotta per Gaza, ma il “bombardamento di civili”, per giunta già ammesso come falso, da parte della Libia basta e avanza per aggredire uno Stato sovrano che non ha minacciato nessun altro Stato.  Inoltre, adesso, i “giudici mondiali” possono divertirsi con la gogna all’ex generale dei serbi di Bosnia Mladic, visto che è in trattativa – previa l’imposizione, pardon, “accettazione”, delle condizioni capestro, pardon, ”riforme strutturali” – l’adesione della Serbia all’Unione Europea, alla Nato ecc. Non risulta tra l’altro che nessun altisonante “tribunale” abbia mai perseguito un solo atto di militari americani o britannici, bombe atomiche sul Giappone comprese.

[5] I “popoli eletti” chiaramente sono solo quelli che si autodefiniscono tali e che mettono in opera – con strumenti d’ogni tipo, soprattutto quelli  di carattere “culturale” – un’opera di convincimento dei “non eletti” a tributare loro un riverito ed eterno omaggio: si tratta essenzialmente dei sionisti, degli americani e degli inglesi (coi tedeschi infatuatisi per un certo periodo allo stesso modo), del cui ego collettivo spropositato han sofferto popoli certamente più civili di loro.

[6] E. Galoppini, Arrivano i diritti umani, si salvi chi può!, “Luci sulla città”, a. II, n. 5, mag.-giu. 2006 (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=3821).

[7] In Iran vige la seguente legislazione: in base al Sacro Corano, per cui in natura esistono il maschio e la femmina, un omosessuale viene prima aiutato psicologicamente a prendere “consapevolezza” della sua condizione, poi, al termine del percorso, deve decidersi se essere maschio o femmina, e nel caso scelga di cambiare sesso procederà con una operazione chirurgica, non essendo ammesso il restare “coi piedi in due staffe”. Pertanto, com’ebbe a dire il presidente Ahmadinejad alla Columbia University alcuni anni fa, in Iran vi sono solo maschi e femmine.

[8] V. l’ultimo caso di “Amina”, la “blogger lesbica siriana oppressa”, rivelatosi l’ennesima pataccata; il che non servirà a far scoppiare di vergogna tutti quei farabutti che a causa di questo “crimine” già invocavano bombe sulla Siria. Nulla ferma la loro malafede: adesso sosterranno che comunque il blog raccontava cose “verosimili”!

[9] Si noti che i barconi pieni di “profughi” arrivano a Lampedusa, che è una sorta di avamposto italiano in terra d’Africa, e da lì trasferiti sul continente, pertanto – sceneggiata nella sceneggiata – non ha alcun senso tutto questo accalorarsi sulla “situazione a Lampedusa”, come se, una volta sistemata quella, il problema più grave di come sistemare tutte queste persone fosse finalmente risolto. Ci penseranno le agenzie di “lavoro interinale”? I preti? Le “anime belle”?

[10] Il termine viene solitamente utilizzato per gli scali aeroportuali maggiori e i grandi centri commerciali, da cui si evince la funzione meramente utilitaristica teorizzata dai fautori del “villaggio globale”, dove ogni città sarà un “luogo” come un altro consacrato al via vai di gente da ogni dove intenta al soddisfacimento di bisogni meramente materiali, per di più immaginati ovunque come i medesimi.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 15 Giugno 2011 11:16)